Jason Williams, noto come White Chocolate, non è tra i grandi della storia della NBA. Eppure, pochi hanno saputo affascinare il pubblico come lui. La sua carriera non è stata tra le più vincenti, ma i suoi passaggi spettacolari, i movimenti imprevedibili e uno stile capace di incantare i fan, lo hanno reso un’icona. Un talento puro, ma non privo di ostacoli: dalla dedizione adolescenziale alle cadute che hanno rischiato di soffocarne la fioritura, fino a diventare uno dei giocatori più spettacolari a cavallo del 2000.
Jason Williams, tra dedizione e leggerezze
Jason Chandler Williams nasce il 18 novembre 1975 a Belle, West Virginia. Un luogo in cui il gioco del basket funge da collante per la comunità, una passione condivisa e capace di riunire bambini e ragazzi nei cortili fuori dalle case e nei playground. Proprio l’esperienza nei leggendari campetti è fondamentale per la formazione del giovane Jason, che fin da ragazzino si dimostra ben al di sopra del livello dei suoi coetanei: Non solo talento puro, ma una visione che fonde arte e scienza. Vede il gioco prima degli altri, ne anticipa le traiettorie, lo ridisegna con passaggi impossibili, mostrando quasi capacità predittive.
Ma Williams non è solo creatività, anzi. Suo padre gli insegna il valore del sacrificio. Jason lo applica a ogni sport: talento, sì, ma anche ossessione. Non a caso, il ragazzo si applica e performa praticamente in ogni disciplina con cui si misura, perché oltre alle doti naturali è capace di gettare il cuore oltre l’ostacolo e dimostrarsi un ottimo studioso del gioco anche nel baseball e nel football. Per contro, Williams non ricompensa il padre con un carattere obbediente: come racconta il fratello Sean, ogni sera rientra 15 minuti dopo il coprifuoco. Solo per vedere la reazione del padre. Solo per sfida.
Ma la sua strada è nel basket e già negli anni del liceo, alla DuPont High School J-Will fa vedere di che pasta è fatto: assieme a Randy Moss – altro talento sportivo a tutto tondo, che in futuro si distinguerà come wide receiver e hall of famer in NFL – nel 1994 trascina i Panthers, la squadra della DuPont, fino alle finali statali, dove perde contro Martinsburg. Un cammino che gli vale il record di unico giocatore nella storia della DuPont – oggi assorbita dalla Riverside High School – a registrare 1000 punti e 500 assist, nonché il titolo di Giocatore dell’Anno della West Virginia.
Gli scout lo tengono d’occhio. Williams sceglie Providence, poi cambia idea. Una decisione dettata originariamente dalla presenza di Rick Barnes ma, con l’addio del coach in direzione Clemson, Williams cambia rotta: sceglie la Marshall University e i suoi Thundering Herd. Qui incontra Billy Donovan, un allenatore che cambierà la sua carriera. Sotto la sua guida domina la Southern Conference (13,4 punti e 6,4 assist di media), e quando l’attuale coach dei Chicago Bulls passa ai Florida Gators, Williams lo segue e continua in Florida la propria carriera negli studi e nel basket, pur consapevole di dover saltare l’intera stagione 1996-97 per le regole NCAA sui trasferimenti.
Al rientro in campo, Williams ha in mano le chiavi della squadra e l’impatto positivo è immediato. Aumenta le sue statistiche (salendo a 17,1 punti e 6,7 assist a partita), con il picco dei 17 assist messi a segno contro Duquesne, ancora oggi prestazione record per i Gators. Gioca appena venti partite con la “red shirt” prima di incasinarsi da solo. Lontano da casa si fa beccare due volte positivo alla cannabis: due sospensioni. Alla terza, l’NCAA non perdona. Stagione finita. È l’anno in cui sarebbe previsto l’approdo in NBA e una tale leggerezza rischia di far crollare le quotazioni del ragazzo al draft. La carriera deve ancora iniziare e sembra già tutto compromesso, ma Jason ci prova lo stesso, dichiarandosi eleggibile al Draft del 1998.
La prestazione di Jason Williams nella finale statale contro Martinsburg
L’approdo in NBA e il sistema Kings
È vero, quello del 1998 è un draft particolare. Non ci sono grossissime aspettative su questa classe, tant’è che la prima scelta assoluta, Michael Olowokandi, sarà ricordata come una delle peggiori prime scelte di sempre. È un draft mediocre, i veri campioni sono nascosti più in basso (Carter alla 5, Nowitzki alla 9, Pierce alla 10). In questa incertezza si infila Williams: ha talento, ha visione, è imprevedibile: a sorpresa – come lo stesso Williams ammetterà in seguito – Sacramento lo sceglie con la numero 7.
Con lui arriva Chris Webber. E all’improvviso, l’aria nella Sactown cambia. I Kings non piacciono: non vincono, nessuno vuole giocarci, nessuna star ci si avvicina. Eppure, qualcosa cambia. Coach Adelman ha un’idea. Sacramento inizia a giocare un basket diverso, troppo moderno per gli anni ’90, perfetto per il futuro. Mentre Webber è una vera e propria point forward e le mani di Vlade Divac sono ideali per la circolazione del pallone, il talento e la totale imprevedibilità di Jason Williams diventano il mezzo perfetto per creare scompiglio tra gli esterni avversari. Un rendimento che gli vale il secondo posto nella corsa al Rookie of the Year 1999 alle spalle di Vince Carter.
Stephanie Shepard, un’addetta stampa dei Kings, gli dà un soprannome: White Chocolate. Per il suo gioco, per i suoi movimenti. Dolci e spettacolari. E quando la palla è nelle sue mani di White Chocolate, nessuno sa cosa sta per succedere. Playground puro. Il pubblico impazzisce: dietro la schiena, dietro la testa, persino il leggendario elbow pass con cui mette in ritmo Raef LaFrentz durante il Rookie Challenge del 2000. Transizione, finta di passaggio dietro la schiena, colpetto con il gomito per mandare la palla dalla parte opposta, con il pubblico presente a Oakland ad alzare immediatamente i decibel.
Insomma, i Kings funzionano, Jason Williams piace alla gente. Tutto sta andando per il meglio, no? Beh, non proprio. Il suo stile di gioco, così bello da vedere, ha degli angoli bui. In breve tempo allo spettacolo si sovrappongono dubbi. White Chocolate è spettacolo puro. Ma lo spettacolo non sempre vince. Sacramento ha bisogno di un play più solido: meno errori, più leadership. Williams è cool, ma non abbastanza per vincere un titolo. In sostanza, ben presto emerge una sentenza mortifera: Jason Williams è un giocatore da regular season, non da playoff, nei quali le sue statistiche precipitano. E non è solo il vociare del pubblico, se ne convince anche lo staff dei Kings, che nel 2001 decide di privarsene e di scambiarlo.
Poi, arrivano i problemi. Ancora mariijuana: cinque partite di stop. Parole sbagliate: offese razziste, omofobe. La misura è colma e Sacramento si stufa: Williams è fuori. I Kings non lo vogliono più e decidono di scambiarlo con un altro giocatore selezionato al Draft 1998, Mike Bibby, point guard dei Grizzlies, che proprio a partire dal 2001 riscrivono la loro storia spostandosi da Vancouver a Memphis. Uno scambio che sembra poter ridimensionare la carriera di Jason Williams.
Il mitico elbow pass nell’All Star Weekend 2000
Da Memphis al titolo fino agli ultimi anni di carriera
Memphis segna l’inizio di una nuova fase per J-Will. Lui, però, la prende male. E non lo nasconde. il ragazzo della West Virginia dà segni di malcontento: dopotutto ha lasciato una delle migliori squadre NBA per una franchigia nata da sei anni e già derelitta. Un salto nel vuoto. Ma Williams sa che le lamentele non servono. Suo padre gli ha insegnato che conta solo il lavoro. Così si rimbocca le maniche e cambia: gioco, mentalità, carriera. Una scelta che lui stesso motiverà in seguito, peraltro prendendo le distanze dai primi segnali di malcontento mostrati a ridosso della trade:
“Memphis era un’altra cosa. Non peggio, solo diversa. A Sacramento i lunghi sapevano trattare la palla, Webber e Divac giocavano quasi come guardie. Qui no. C’era Pau Gasol, ancora un ragazzo, e Lorenzen Wright, in cerca di riscatto. Ho dovuto adattarmi”.
Addio playground, o quasi. Williams smussa gli eccessi, diventa più concreto e privo di fronzoli. E al primo anno in Tennessee i numeri lo premiano: 14,8 punti e 8 assist di media, il massimo della sua carriera. Pur non migliorando l’aspetto delle palle perse, si tratta delle migliori statistiche fatte registrare dall’approdo in NBA. I Grizzlies sono ben lontani dalla competitività ma White Chocolate sa tirare fuori il meglio dalla situazione e di lì a poco sarà uno dei motori capaci di portare la franchigia a un livello superiore.
Poi arriva Hubie Brown. Inizialmente Williams si aspetta problemi: da commentatore aveva criticato duramente il suo approccio e la sua mentalità. Invece, gli affida la squadra. E con grande profitto, perché, nei suoi quattro anni a Memphis, la franchigia riesce per la prima volta a trovare un posto nei playoff, addirittura per due anni consecutivi nelle postseason del 2004 e del 2005. Due sweep ma non importa. Per Williams sono gli anni migliori: ha finalmente trovato la sua dimensione.
Ma dura poco. Nell’estate del 2005, tutto cambia di nuovo. Hubie Brown lascia la panchina dei Grizzlies per motivi di salute e viene sostituito da Mike Fratello, con cui il rapporto non sboccia. Si inizia a parlare di lui in ottica trade e, pur consapevole di non avere esattamente l’appeal di una star, Jason Williams rabbrividisce alle voci di trade con i Celtics. Boston è storia, certo. Ma è anche ricostruzione. Williams si sente come un giocoliere da circo, buono solo per intrattenere il pubblico mentre altri riportano la squadra al vertice. Ma la grande e inattesa occasione arriva grazie ai Miami Heat.
L’estate del 2005 porta il più grande scambio della storia NBA: tredici giocatori, cinque squadre. E Jason Williams torna in Florida, stavolta con una contender, con due simboli ben definiti. Dwyane Wade è giovane, esplosivo, già un fattore. Shaquille O’Neal, invece, è un’icona, ha lasciato Kobe e L.A. per rilanciarsi. Miami vuole vincere, subito. Accanto a Williams, in estate arrivano il cavallo di ritorno Alonzo Mourning, l’ex All Star Antoine Walker e un difensore di primissimo livello come Gary Payton, a caccia del primo anello in carriera dopo averlo sfiorato negli anni di Seattle.
La pressione è altissima. Stan Van Gundy non regge e a dicembre salta. Entra Pat Riley e gli Heat cambiano marcia: Jason Wiliams è il play titolare di una macchina che col tempo tende ad avvicinarsi sempre più alla perfezione. Gli Heat arrivano secondi nella Eastern Conference e, dopo aver eliminato Chicago Bulls e New Jersey Nets, nella finale di conference ribaltano il pronostico, imponendosi per 4-2 sui Detroit Pistons.
Finals contro Dallas. Miami va sotto 2-0, sembra finita. Ma reagisce. Williams incanta: 4,7 assist a partita, più un inaspettato 34,5% dall’arco. Alla fine è 4-2. Gli Heat sono campioni, White Chocolate ha il suo anello. Quello è l’unico anello. Poi, Miami crolla. La squadra invecchia, il ciclo finisce. E anche Williams inizia a spegnersi, anche a causa di qualche acciacco e dell’età che avanza, tanto da impedirgli di mostrare quella mobilità e rapidità necessarie per compensare alcuni difetti strutturali a livello difensivo, che un coach preparato come Riley avrebbe mal sopportato per un proprio starter. Gioca sempre meno e a Miami non c’è più spazio per lui. Nel 2008, a 33 anni, firma con i Clippers. Ma poi sorprende tutti: si ritira. Solo che non sarà per sempre.
Vuole tornare subito. Ma servirebbe l’unanimità delle franchigie. E i Clippers, traditi, dicono no. Williams resta ai margini. Ci riprova nel 2009: gli Orlando Magic gli danno un’occasione. Il primo anno va bene, poi gioca sempre meno. Viene tagliato. Prova a chiudere il cerchio tornando a Memphis, ma è solo un ultimo passaggio prima del definitivo ritiro, arrivato nell’estate 2011.
I migliori passaggi della carriera di White Chocolate
Lontano dal parquet: Jason Williams a fine carriera
Una volta terminata la sua carriera, Jason Williams ha tenuto la propria vita privata lontana dai riflettori, concentrandosi sul proprio ruolo di marito di Denika, conosciuta ai tempi della prima avventura nei Grizzlies, nonché di padre di Jaxon e Mia. Sparisce dai riflettori ma non dal basket. Costruisce playground, gioca partite di beneficenza, aiuta i ragazzi a restare lontani dalla strada. Perché lui, nei playground, ci è cresciuto davvero.
Una scelta non casuale, quella dei playground. Due decenni dopo, White Chocolate è ancora un’icona. Chi ama il basket spettacolare lo guarda, lo studia, lo sogna. Era puro intrattenimento, ed è rimasto nella memoria di tutti. Anche in Italia si è parlato di lui: in particolare Fedez – particolarmente attento agli sport “da strada” come dimostra anche l’impegno in Kings League – lo ha menzionato come suo giocatore preferito proprio per il suo street style durante un evento promozionale per i playoff del 2021.
White Chocolate non si considera alla pari delle star di oggi. Ma milioni di persone sono cresciute con il suo basket, innamorate di un gioco fatto di tecnica e creatività, più che di atletismo. Perché il basket non è solo vincere, ma anche emozionare.