Carmelo Anthony è stato uno di quegli sportivi che portano sulle spalle un talento che sembra troppo grande per non tramutarsi in vittorie. Ma lo sport non è solo una questione di talento. Melo è stato uno dei realizzatori più puri che il basket abbia mai conosciuto, un attaccante capace di segnare in ogni modo possibile. Ha incantato il Madison Square Garden, ha dominato con Team USA, ha lasciato il suo marchio ovunque sia passato. Eppure, non ha mai raggiunto la vetta.
Perché? Perché, con tutto quel talento, Melo non ha mai trovato il modo di essere il migliore quando contava di più? È stata colpa sua? O semplicemente, è stato un uomo nel posto sbagliato al momento sbagliato? Questa è la storia di un giocatore che avrebbe potuto avere tutto, ma a cui è sempre mancato un pezzo.
La promessa di Syracuse
Per capire Carmelo Anthony bisogna partire dal suo anno a Syracuse. Nel 2003, quando arrivò al college, tutti sapevano che sarebbe rimasto solo un anno prima di passare alla NBA. Ma ciò che fece in quei dodici mesi fu sufficiente per renderlo leggenda. Guidò Syracuse al primo titolo NCAA della sua storia, chiudendo la stagione con 22,5 punti e 6,2 rimbalzi di media. Nelle Final Four, segnò 33 punti contro Texas, dominando la partita come un veterano. Quando si arrivò alla finale contro Kansas, era chiaro a tutti che il miglior giocatore in campo non era Kirk Hinrich, non era Nick Collison. Era Carmelo Anthony. 20 punti, 10 rimbalzi, 7 assist. Titolo nazionale. Most Outstanding Player. A quel punto, la sua leggenda era iniziata e lo scenario perfetto era quello del Draft 2003, uno dei più leggendari di sempre.
- LeBron James alla 1. Destino inevitabile.
- Darko Miličić alla 2. Un errore che i Detroit Pistons vedranno rinfacciarsi per sempre.
- Carmelo Anthony alla 3.
Denver lo prese senza esitazioni. Ma, fin dal primo momento, si ebbe la sensazione che qualcosa fosse fuori posto. Perché Melo, con il suo talento, con la sua maturità offensiva, sembrava il giocatore perfetto per cambiare il destino di una franchigia. E invece, il suo viaggio iniziò in salita. Mentre LeBron diventava il volto di Cleveland e Dwyane Wade trovava il contesto perfetto a Miami, Carmelo arrivò in una squadra senza identità, senza una direzione chiara, senza un progetto solido attorno a lui. Ma non importava. Perché la superiorità di Melo era troppo grande per passare inosservato.
L’impatto immediato in NBA
Nonostante Denver non fosse una destinazione ideale per un giovane fuoriclasse, Carmelo Anthony fece capire subito che era diverso dagli altri. Alla sua prima stagione, chiuse con 21,0 punti, 6,1 rimbalzi e 2,8 assist di media, trascinando i Nuggets ai playoff dopo otto anni di mediocrità. Nessun rookie aveva avuto un impatto simile da anni. Nemmeno LeBron James era riuscito a portare la sua squadra alla postseason al primo anno. Ma la narrativa attorno alla NBA era già scritta: quello era l’anno di LeBron, il nuovo volto della lega. Melo, nonostante una stagione straordinaria, Melo finì secondo nelle votazioni per il Rookie of the Year, dietro James e davanti a Dwyane Wade. Quella fu la prima sliding door della sua carriera. E se avesse vinto lui il premio? Se fosse stato Melo e non LeBron il simbolo della nuova NBA?
Forse, il suo destino sarebbe stato diverso. Forse i Nuggets avrebbero costruito attorno a lui con più convinzione. Ma la verità è che, nonostante i suoi numeri, Melo era già un passo indietro rispetto a LeBron e Wade. Non per colpa sua, ma per il semplice fatto che il contesto attorno a lui era completamente diverso. Denver era una squadra e una franchigia fragile e in confusione. E questa mancanza di una visione chiara avrebbe frenato il suo potenziale.
Carmelo Anthony, attaccante puro
Per tutti gli anni a Denver, Melo fu una macchina da punti. Nel 2006, chiuse la stagione con 26,5 punti di media, affermandosi come uno dei migliori realizzatori della lega. Segnava in ogni modo possibile: dal post, dal mid-range, dal palleggio, in isolamento. Non c’era difesa che potesse fermarlo. Ma il basket NBA stava cambiando. Le squadre non cercavano più solo attaccanti di razza, volevano superstar in grado di cambiare il destino di una franchigia. Melo, nonostante i suoi numeri, non sembrava l’uomo giusto per portare una squadra al titolo da solo. A differenza di LeBron, non era un creatore di gioco. A differenza di Wade, non era un difensore dominante. Era un attaccante puro. Uno dei migliori della storia. Ma era abbastanza?
I Nuggets nel frattempo erano diventati una squadra solida, ma senza trasformarsi mai in una vera contender. Tra il 2004 e il 2008 furono sempre eliminati al primo turno dei playoff, nonostante Melo continuasse a segnare con una facilità impressionante. E così, lentamente, nacque l’etichetta che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera: “Grande talento offensivo, ma non un vincente”. E quando un giocatore si ritrova incastrato in questa narrazione, è difficilissimo scrollarsela di dosso.
2009: l’anno in cui sembrava poter cambiare tutto
Se c’è stato un momento in cui Carmelo Anthony ha sfiorato la grandezza assoluta, è stato nei playoff del 2009. Quell’anno, i Nuggets avevano finalmente trovato una squadra competitiva. Con l’arrivo di Chauncey Billups, il roster aveva un leader esperto, un playmaker capace di gestire il ritmo e dare ordine all’attacco. E Melo giocò la miglior pallacanestro della sua vita. Nei playoff, fu semplicemente devastante:
- 24 punti a partita contro New Orleans al primo turno
- 30 punti di media contro Dallas in semifinale
- 27,5 punti nelle finali di Conference contro i Lakers di Kobe Bryant
I Nuggets arrivarono a due partite dalle Finals, perdendo 4-2 contro i Lakers che poi avrebbero vinto il titolo. Melo aveva dimostrato di poter competere con i migliori. Aveva messo più di una volta in difficoltà Kobe, sembrava finalmente pronto per fare il salto. Ma quella fu l’unica volta che ci andò vicino. Negli anni successivi i Nuggets non riuscirono mai a tornare a quel livello. E Melo iniziò a guardarsi attorno, cercando una nuova casa dove potersi consacrare definitivamente. Quella casa sarebbe stata New York.
Il ritorno del Messia e il talento sprecato
Se c’è un momento che definisce l’immagine pubblica di Carmelo Anthony, è sicuramente il suo arrivo ai New York Knicks nel febbraio 2011. La città aspettava una stella da troppo tempo. Dopo gli anni ’90 dominati da Patrick Ewing e dalle guerre contro i Bulls, New York era sprofondata nella mediocrità. I Knicks non vincevano una serie playoff dal 2000 e la squadra era diventata una barzelletta nella NBA. Quando arrivò l’annuncio che i Knicks avevano scambiato mezza squadra per prendere Melo dai Nuggets, la reazione della città fu euforica. Finalmente, New York aveva una superstar. Finalmente, i Knicks avevano un volto da mettere sui cartelloni di Times Square.
L’accoglienza al Madison Square Garden fu leggendaria. Il suo primo canestro con la maglia dei Knicks, un classico jumper dalla media distanza, fu accolto come l’inizio di una nuova era. L’idea era chiara: costruire attorno a Melo una squadra da titolo. Ma, come sempre nella carriera di Anthony, qualcosa andò storto. New York era una piazza perfetta per Carmelo Anthony dal punto di vista culturale e mediatico. Era nato a Brooklyn. Aveva il carisma per reggere la pressione della città. Aveva lo stile di gioco perfetto per il Madison Square Garden, dove i tifosi amano le stelle capaci di segnare tonnellate di canestri.
Ma dal punto di vista tecnico l’operazione fu un disastro. I Knicks, per prenderlo, avevano sacrificato troppo. Persero Danilo Gallinari, Wilson Chandler, Raymond Felton e Timofey Mozgov, praticamente l’intera ossatura della squadra. Quando Melo arrivò, i Knicks erano solo lui e Amar’e Stoudemire, con poco altro attorno. E il problema era che Stoudemire era già in declino fisico, dopo anni di problemi al ginocchio.
Il miglior Melo di sempre
Nonostante le difficoltà, nella stagione 2012-2013 Melo giocò probabilmente il miglior basket della sua carriera. Vinse il titolo di miglior marcatore NBA con 28,7 punti di media, guidò i Knicks a 54 vittorie – miglior record dal 1997 – e a vincere la prima serie playoff dal 2000, eliminando Boston al primo turno. Il Madison Square Garden viveva e moriva con Carmelo Anthony. La gente amava il suo gioco: l’isolamento dal post, il tiro in fadeaway, la capacità di segnare in ogni modo immaginabile. Per un attimo, sembrò davvero che Melo potesse riscrivere la sua carriera, diventando il Re di New York. Ma quello fu l’ultimo ballo dei Knicks.
Nel 2013, infatti, quando i Knicks sembravano pronti per fare un altro salto di qualità, tutto crollò. Stoudemire, ormai distrutto dagli infortuni, non era più un giocatore da titolo. Tyson Chandler, pilastro difensivo della squadra, aveva perso colpi rispetto a quando, nel 2011, era stato determinante per portare il titolo a Dallas. J.R. Smith e il resto del supporting cast, semplicemente, non erano all’altezza per diversi motivi. A ciò si aggiunse una dirigenza che iniziò a prendere decisioni inspiegabili. Con queste premesse, accadde l’inevitabile: la stagione 2013-14 fu un disastro. I Knicks crollarono, finirono fuori dai playoff e Melo si ritrovò di nuovo da solo. E quello fu il momento in cui la sua carriera prese la strada del non ritorno.
Soldi o vittorie
Nell’estate 2014, Carmelo Anthony aveva una scelta da fare. Poteva firmare con una contender e provare finalmente a vincere un titolo, oppure restare a New York e accettare un contratto da 125 milioni di dollari in 5 anni. Scelse la seconda opzione. E quella decisione, più di ogni altra, definì la percezione della sua carriera. Per molti, fu la dimostrazione che non gli importava davvero vincere, che preferiva i soldi e il ruolo di superstar in una squadra mediocre piuttosto che rischiare tutto per un anello. E la realtà, purtroppo per lui, sembra dare ragione a questa teoria. Dopo la firma New York affondò sempre di più. Nel 2015 e nel 2016, la squadra divenne una delle peggiori della NBA, e Melo finì per sprecare gli ultimi anni di carriera da superstar in un contesto senza speranza.
Nel 2017, dopo mesi di tensioni con Phil Jackson – nel frattempo esonerato dai Knicks – Melo fu scambiato agli Oklahoma City Thunder. A OKC, Melo si unì a Russell Westbrook e Paul George, in quello che sembrava un super team. Ma la realtà fu un’altra. Melo non era più lo stesso giocatore.
Non era più un attaccante inarrestabile, non era più un punto di riferimento assoluto. La NBA stava cambiando, il gioco stava diventando sempre più veloce, basato su triple e spacing, e Melo non si adattava. La stagione a OKC fu un fallimento e l’anno dopo un breve esperimento con gli Houston Rockets finì con un taglio dopo appena 10 partite. Nel giro di un anno, Carmelo Anthony era fuori dalla NBA. Era impensabile. Uno dei migliori realizzatori della sua generazione, senza squadra, senza offerte, senza un posto nella lega.
Cosa ci resta di Melo?
Dopo un anno di esilio, nel 2019 arrivò una chiamata dai Portland Trail Blazers. Fu il suo ultimo vero momento di riscatto. Tornò in NBA, accettò un ruolo secondario, dimostrò che poteva ancora essere utile. Giocò due stagioni solide, poi, nel 2021, firmò con i Los Angeles Lakers di LeBron James per tentare l’ultimo assalto al titolo. Ma ancora una volta, la sorte non fu dalla sua parte. La squadra, costruita male, crollò nel 2022. Melo giocò bene ma non arrivò nemmeno ai playoff. Nel 2023, dopo un anno da free agent, annunciò il ritiro.
Ma alla fine, cosa resta di Carmelo Anthony? Un attaccante straordinario, uno dei migliori scorer della storia. Un talento puro, ma mai abbastanza per vincere davvero. Ha chiuso la carriera senza un titolo, senza un MVP, senza mai essere considerato il numero uno della sua generazione. Ma ha lasciato il segno. New York lo ha amato. Il Madison Square Garden non ha mai visto un giocatore come lui dai tempi di Ewing. È stato un’icona di stile, un simbolo per un’intera generazione. Non sarà mai ricordato come Kobe o LeBron. Ma se parliamo di mettere il pallone nel canestro, Melo rimarrà per sempre uno dei migliori di sempre. Un re senza corona, ma comunque una leggenda.