Nel basket, i giocatori ribelli sono una categoria a parte. Alcuni si redimono col tempo, trovano un equilibrio e vengono ricordati come eroi imperfetti. Altri bruciano troppo in fretta, lasciando dietro di sé solo il rimpianto di ciò che avrebbero potuto essere. E poi c’è Latrell Sprewell. Non è mai stato solo un talento difficile, né un semplice cattivo ragazzo della NBA. Sprewell era qualcosa di diverso: un giocatore che sembrava non volersi piegare a nulla e a nessuno, che rifiutava qualsiasi compromesso, che giocava con una furia selvaggia e viveva con la stessa intensità con cui attaccava il ferro.
Per raccontarlo, bisogna dimenticare le categorie tradizionali. Non un semplice “what if”, un talento sprecato o un grande rimpianto. Sprewell è stato un giocatore fuori dal tempo e fuori dagli schemi. Un attaccante feroce, un difensore tostissimo, un leader involontario e, allo stesso tempo, la più grande mina vagante che la NBA abbia mai visto. Era destinato alla grandezza? Forse sì. Ma la verità è che non gli è mai interessato esserlo fino in fondo.
Latrell Sprewell, talento cresciuto nel nulla
Sprewell non è mai stato un predestinato. Non era una di quelle giovani promesse cresciute sotto i riflettori, non era un giocatore osannato fin dal liceo come LeBron o Durant. Il suo percorso verso la NBA è stato tutt’altro che lineare. Nato a Milwaukee, nel Wisconsin, si trasferì con la famiglia in Mississippi durante l’adolescenza. La sua carriera cestistica al liceo fu modesta: nessuna grande attenzione da parte degli scout, nessuna università importante pronta a puntare su di lui.
Dopo il diploma rimase un anno fermo, senza una squadra. L’idea di giocare a basket professionalmente sembrava lontanissima. Finì per iscriversi a Three Rivers Community College, un piccolo junior college, una sorta di purgatorio per giocatori che non avevano ancora trovato la loro strada. Fu lì che iniziò a mostrare lampi del suo talento, guadagnandosi l’occasione di trasferirsi ad Alabama, un programma universitario di discreto livello, ma nulla di paragonabile ai top college americani.
A 23 anni, un’età in cui molte future stelle NBA sono già affermate, Sprewell era ancora un’incognita. Eppure, in quel caos di incertezze, stava iniziando a emergere qualcosa: una combinazione di atletismo, aggressività e intensità che lo rendeva diverso da tutti gli altri. Quando arrivò al Draft NBA del 1992, pochi sapevano cosa aspettarsi da lui. I Golden State Warriors lo scelsero con la pick numero 24, senza grandi aspettative. Ma ci volle pochissimo per capire che il suo impatto sarebbe stato devastante.
L’impatto immediato in NBA
Per molti rookie, il primo anno nella lega è un periodo di adattamento. Per Sprewell no. Dal primo momento in cui mise piede su un parquet NBA, giocò con una ferocia innaturale, come se avesse qualcosa da dimostrare a tutti, in ogni singolo possesso. Nel suo anno da rookie chiuse con 15,4 punti di media, ma fu il secondo anno a rivelare il suo vero potenziale: 21 punti, 4,7 assist, 4,9 rimbalzi e 2,2 rubate a partita. Fu selezionato per l’All-Star Game e inserito nel Second Team All-NBA 1994.
Era nato un nuovo fenomeno. Ma non era solo il talento a renderlo speciale: era l’atteggiamento con cui giocava. Sprewell non era uno di quei giocatori che sembrano giocare a basket con grazia e leggerezza. Lui giocava con rabbia, con una intensità quasi autodistruttiva. In difesa si incollava all’uomo con la stessa aggressività con cui attaccava il ferro, sputava energia in ogni movimento, sembrava un predatore a caccia. Golden State, in quel periodo, era una squadra eccitante ma caotica. Don Nelson, storico allenatore amante del gioco offensivo, aveva costruito una squadra che giocava a un ritmo forsennato, con Chris Mullin, Tim Hardaway come stelle principali. L’anno successivo sarebbe arrivato anche Chris Webber, per provare a costruire una squadra giovane e spettacolare. Ma a livello caratteriale, Sprewell non sembrava appartenere a nessun gruppo. Era un solista dentro un’orchestra. E, come spesso accade con i giocatori dal talento anarchico, i primi problemi iniziarono ad arrivare molto presto.
Il caso Carlesimo
Il 1º dicembre 1997 è il giorno che ha segnato per sempre la carriera di Sprewell. Durante un allenamento con i Warriors, l’allenatore P.J. Carlesimo gli fece un’osservazione tecnica, chiedendogli di passare meglio il pallone. Per qualsiasi altro giocatore, sarebbe stata una normale richiesta da parte del coach. Per Sprewell, fu una miccia accesa dentro un campo di benzina. In un istante, senza alcun preavviso, si scagliò contro Carlesimo, afferrandolo per il collo e strangolandolo per diversi secondi prima che i compagni riuscissero a dividerli. Dopo essere stato allontanato dalla palestra, tornò 20 minuti dopo per provare di nuovo ad attaccarlo.
L’episodio fece il giro del mondo. La NBA, che in quel periodo stava cercando di ripulire la propria immagine dopo gli anni delle risse e delle controversie, reagì con durezza: Golden State lo licenziò e la lega lo sospese per un anno intero. Fu il momento in cui la carriera di Sprewell sembrò finita. Da promessa della lega e possibile volto del futuro della NBA, divenne un paria, un giocatore radioattivo. Nessuna squadra sembrava intenzionata a dargli un’altra possibilità. La narrativa attorno a lui era ormai chiara: troppo instabile, troppo pericoloso, troppo difficile da gestire. Ma Spree non era uno che si piegava facilmente.
La rinascita con i Knicks
Dopo un anno fuori dai radar e dopo che su iniziativa della federazione – che tentava di commisurare l’eccessiva pena del licenziamento al rischio che avesse un vantaggio e potesse firmare con una contender a qualunque cifra, facendo fruttare la squalifica a proprio favore – gli Warriors si trovarono costretti a rimetterlo sotto contratto, furono i New York Knicks a rischiare su di lui. Nel 1999, lo scambiarono per John Starks, Chris Mills e Terry Cummings. Sembrava un’operazione disperata, un’ultima possibilità per un giocatore che tutti consideravano ormai alla deriva. E invece, in quella squadra piena di veterani tosti e con una mentalità difensiva feroce, Sprewell trovò il suo habitat naturale.
Il basket di quei Knicks era esattamente quello che gli serviva: fisico, intenso, duro, senza fronzoli. Con Allan Houston e Patrick Ewing come leader tecnici e Jeff Van Gundy in panchina, la squadra non era la più talentuosa della lega, ma aveva una mentalità guerriera. Sprewell si integrò alla perfezione. Divenne il giocatore più elettrizzante del roster, l’uomo a cui affidare la palla nei momenti decisivi. Quella stagione 1998-99 fu una delle più incredibili della storia dei Knicks. Partiti come ottava e ultima classificata ai playoff della Eastern Conference, riuscirono a eliminare Miami al primo turno con il famoso tiro di Allan Houston e quindi arrivarono alle Finals NBA.
Fu la prima volta che Sprewell poté mostrare il suo talento su un palcoscenico globale. In finale contro i San Antonio Spurs, in una squadra priva dell’infortunato Patrick Ewing, prese in mano l’attacco e chiuse la serie con 20.4 punti di media, lottando fino all’ultimo contro Tim Duncan e David Robinson. I Knicks persero 4-1, ma il messaggio era chiaro: Latrell Sprewell era tornato. E questa volta, la NBA non poteva più ignorarlo.
Il simbolo di una New York guerriera
Dopo le Finals del 1999, Latrell Sprewell non era più solo il giocatore che aveva strangolato un allenatore: era diventato il volto di una New York Knicks indomita, dura, affamata. I tifosi del Madison Square Garden lo amavano perché non era come gli altri. Perché giocava con ferocia, perché non sembrava mai curarsi del glamour o del business della NBA, perché il suo stile di gioco era l’incarnazione perfetta della mentalità da strada di New York. In un’epoca in cui la lega si stava lentamente trasformando, cercando di smussare gli angoli più ruvidi e spingendo per un’immagine più “vendibile”, Spree era un residuo di un basket più selvaggio e viscerale. Non sorrideva davanti alle telecamere. Non faceva dichiarazioni diplomatiche. Non cercava di piacere.
I Knicks non erano la squadra più talentuosa della NBA, ma erano una delle più difficili da affrontare. Van Gundy li aveva costruiti attorno alla difesa e all’intensità, un gruppo di veterani che facevano della battaglia il loro marchio di fabbrica. Sprewell era il volto perfetto di questa squadra. Tra il 1999 e il 2001 si stabilizzò su una media di 18-19 punti a partita, migliorando anche il tiro da tre punti e diventando un leader più completo. Il pubblico del Madison lo idolatrava, perché sapeva che sarebbe andato in guerra per loro, ogni singola sera. Come alle finali di Conference del 2000 contro gli Indiana Pacers dove, pur non brillante, era stato l’ultimo a darsi per vinto, il leader che aveva tentato di suonare la carica.
L’addio a New York e l’ultimo lampo con Minnesota
Dopo quella stagione, però, qualcosa iniziò a incrinarsi. I Knicks stavano entrando in una fase di declino, con Ewing ormai a fine carriera e Houston che prendeva il ruolo di prima opzione offensiva. Sprewell, pur essendo ancora il cuore emotivo della squadra, iniziò ad avere problemi con la dirigenza. Negli anni successivi, il rapporto con la dirigenza si deteriorò progressivamente, complice anche la fase calante della squadra e un ruolo sempre più marginale nei piani tecnici. Nel luglio 2003 fu scambiato ai Minnesota Timberwolves in una trade a tre squadre. Era la fine di un’era. Sprewell lasciava New York dopo cinque stagioni in cui aveva incarnato l’anima più feroce dei Knicks, ma il suo spirito ribelle gli aveva impedito di essere il leader su cui costruire un progetto a lungo termine.
A 33 anni, Sprewell non era più il giocatore esplosivo dei primi anni, ma aveva ancora carburante nel serbatoio. Ai Timberwolves trovò Kevin Garnett, una superstar con una mentalità guerriera molto simile alla sua. Con lui e con Sam Cassell formò un trio esperto e affamato, che portò Minnesota alle finali di Conference del 2004, il miglior risultato nella storia della franchigia. Per un attimo, sembrò che il basket volesse dargli un’ultima possibilità di gloria. Sprewell aveva trovato una squadra forte, un sistema che lo valorizzava e, soprattutto, un compagno con cui condivideva la stessa rabbia competitiva. Ma come sempre, la sua indole finì per prendere il sopravvento.
La frase che gli costò la carriera, la bancarotta e l’oblio
Nell’estate del 2004, Sprewell rifiutò un rinnovo di contratto da 21 milioni di dollari in tre anni. Le sue parole fecero il giro del mondo:
Ho una famiglia da sfamare.
Era una frase assurda per un giocatore che aveva già guadagnato quasi 100 milioni di dollari in carriera. Ma era anche la dimostrazione che, nonostante fosse uno dei giocatori più duri e determinati in campo, fuori dal parquet aveva una gestione pessima della sua carriera e delle sue finanze. Minnesota non gli rinnovò il contratto. Nessun’altra squadra gli offrì un ingaggio.Dopo quella dichiarazione, Sprewell giocò ancora una stagione a Minnesota (2004-05), ma con il peggior rendimento della sua carriera. Da lì in poi, non ricevette più offerte adeguate e uscì progressivamente dai radar NBA.
Dopo il ritiro, la vita di Sprewell si trasformò in un incubo finanziario: perse quasi tutti i suoi soldi; le banche gli pignorarono due delle sue case; la sua amata barca venne confiscata per mancati pagamenti; fu citato in giudizio più volte per debiti non saldati e cause legali con ex compagne. Era il destino quasi inevitabile di un giocatore che aveva sempre vissuto ai margini, senza mai curarsi delle conseguenze delle sue azioni. Nel giro di pochi anni sparì completamente dal mondo NBA. Nessuna apparizione pubblica, nessun ruolo in televisione, nessun tentativo di rimanere legato al basket. Silenzio assoluto.