“Essere sé stessi è abbastanza”, intervista a Jamion Christian

In questa intervista, Jamion Christian, coach della Pallacanestro Trieste, ci racconta la sua filosofia di vita e il suo modo di vedere il basket.

Il basket di Jamion Christian è un manifesto di intensità. L’allenatore della Pallacanestro Trieste non è solo uno stratega, ma un leader capace di trasformare squadre e mentalità. Americano, nato in Virginia nel 1982, Christian è considerato uno dei migliori [giovani] head coach emergenti del basket universitario statunitense. Nel 2020, ESPN lo ha inserito al 14° posto tra i migliori allenatori under 40. Prima di approdare a Trieste, ha guidato i George Washington Colonials in NCAA, dopo aver allenato anche al Siena College e alla Mount St. Mary’s University.

Sei anni alla guida della Mount. Due partecipazioni al Torneo NCAA. Un record di 67 vittorie e 39 sconfitte nella Conference. Numeri che gli sono valsi il titolo di Jim Phelan Coach of the Year nel 2017 e quello di Ben Jobe National Coach of the Year, assegnato da CollegeInsider.com. Senza dimenticare che, alla guida dei Siena Saints, ha incrementato di nove il numero di vittorie rispetto alla stagione precedente.

Jamion Christian si distingue per una difesa in stile mayhem: veloce, aggressiva, basata su pressione costante e trapping. Una filosofia pensata per forzare palle perse, generare rubate e accumulare possessi extra da trasformare in punti. In attacco, predica protezione della palla e costruzione intelligente del tiro da tre punti.

La sua carriera è iniziata da giocatore. Laureatosi nel 2004 alla Mount St. Mary’s, è stato tre volte capitano della squadra, sotto la guida del leggendario Jim Phelan e di Milan Brown. In carriera ha totalizzato 581 punti in 90 partite (di cui 56 da titolare), risultando il miglior realizzatore della Mount nella stagione 2001-02, con una media di 11,3 punti a gara.

Conclusa l’esperienza in campo, Christian ha subito intrapreso la via della panchina. I primi passi li ha mossi all’Emory & Henry College, per poi salire fino alla Division I: prima a Bucknell, dove si è occupato delle operazioni di squadra, poi tre anni da assistant coach al College of William & Mary. Tappe fondamentali prima dell’arrivo alla Virginia Commonwealth University, dove nella stagione 2011-12 ha affinato la sua filosofia. Ultimo passaggio prima di sedersi sulla panchina che fu del suo mentore, Jim Phelan, per 49 anni.

Nel luglio 2023 è sbarcato in Italia, portando Trieste alla promozione in Serie A al primo tentativo, grazie al secondo posto nel campionato di A2. È notizia delle ultime ore che al termine della stagione il tecnico statunitense lascerà la panchina dei giuliani, che puntano a concludere una grande stagione guadagnandosi un posto ai playoff.

Una sessione di allenamento che mostra la difesa stile mahyem di Jamion Christian

Intervista a Jamion Christian

Come descriveresti il tuo stile di gioco ideale?

Credo che il basket debba essere giocato valorizzando i punti di forza di ciascun giocatore, dando a ognuno la possibilità di prendere decisioni. Ho parlato spesso della differenza tra autonomia e libertà: l’autonomia è il potere di prendere decisioni in modo impattante, la libertà è fare semplicemente ciò che si vuole. Un giocatore deve godere di autonomia, perché c’è un grande potere nel prendere decisioni. Questo ti permette di giocare sia a ritmo elevato che con pazienza. Il mio compito è capire quale ritmo, stile e velocità ciascun giocatore può sostenere. Adoro il tiro da tre punti: indipendentemente dal ritmo, credo che almeno la metà dei nostri tiri debba arrivare da oltre l’arco. Ma è fondamentale essere sempre una minaccia anche vicino al ferro. In difesa, credo sia cruciale proteggere il tiro da tre. Di recente non lo abbiamo fatto bene, ma è il modo più rapido per costruire una difesa solida. Credo molto anche nella toughness, nella durezza mentale e fisica, e nella capacità di prendere rimbalzi.

Come si costruisce la chimica di squadra?

Un leader ha il dovere di creare un ambiente in cui tutti possano crescere ed esprimersi. È un compito enorme, ma anche il più importante. Ci sono alcuni pilastri fondamentali. Il primo è la fiducia: è la base di tutto. Ti permette di guidare, di essere ambizioso. Poi serve sentirsi pienamente coinvolti, con “entrambi i piedi dentro”. Nessuna esitazione. Qualsiasi decisione venga presa, la affrontiamo tutti insieme, dando il massimo. Questa è la base della connessione, che è uno dei veri doni della vita. Lo sport ci permette di creare legami profondi. Comunicare con gli sguardi, con il corpo. Esultare insieme, soffrire insieme. Questo è essere squadra. Un altro aspetto cruciale è la presenza mentale: vivere nel presente, sentire le proprie emozioni, percepire quelle degli altri. E infine, alla base di ogni carriera di successo, c’è la voglia di competere, di superarsi. Alcune squadre cercano la chimica con il bowling o le cene di gruppo. Noi puntiamo sul rispetto reciproco e sul tempo condiviso in contesti che favoriscono la crescita collettiva.

Quanto conta l’aspetto mentale nel basket di oggi? E cosa fa Jamion Christian per motivare la sua squadra?

Il modo migliore per mantenere motivata una squadra è continuare a offrire speranza. La verità, anche quella dura, può sempre essere avvolta nella speranza. Spesso si pensa che essere onesti significhi ferire, e a volte è così. Ma il compito di un leader, di un allenatore, è dire la verità offrendo anche una via per migliorare. Un grande insegnante ti mostra la realtà, ma anche il cammino per diventare migliore. Sul piano mentale, parliamo continuamente di miglioramento costante. Crediamo in un apprendimento proattivo e continuo. Se riesci a vedere ogni esperienza come un’opportunità, allora è difficile viverla in modo negativo. Che si vinca o si perda di 30, per noi non cambia nulla: la priorità è imparare. Quando torniamo in palestra il martedì, dobbiamo ritrovare il centro, senza esaltazioni o drammi. Questo approccio ci ha dato stabilità mentale. Conoscere il proprio ruolo, sapere cosa si fa bene: a volte è tutto ciò che serve per essere competitivi. Dobbiamo solo essere noi stessi. E questo, a volte, è più che sufficiente.

Come si gestiscono i giocatori, tra rotazioni e personalità diverse?

Cerco di mantenere un ambiente coerente e prevedibile. I giocatori devono sapere cosa aspettarsi, ogni giorno, sia nei momenti difficili che in quelli positivi. A livello tattico, ovviamente bisogna essere preparati, ma i tatticismi, a volte, sono sopravvalutati. Puoi trovarti di fronte una squadra che cambia difesa quattro volte in una partita, ma alla fine conta la fiducia nei propri mezzi. Il nostro compito, come staff, è metterli nelle condizioni di avere successo il più spesso possibile. Parliamo molto anche della cura del corpo. Abbiamo veterani e giovani promesse: per essere d’élite devi stare bene fisicamente. Non puoi giocare ad alto livello se sei sempre affaticato o infortunato. Le rotazioni, poi, sono cruciali. Le analizziamo anche con il supporto dei dati, per trovare la combinazione più efficace. Quest’anno, a causa degli infortuni, non abbiamo avuto grande stabilità nei quintetti. Ma il nostro obiettivo resta lo stesso: capire quali giocatori funzionano meglio insieme e permettere loro di entrare in ritmo. Spesso chiedo ai miei giocatori: “Quando hai giocato il tuo miglior basket? E per quanto tempo sei stato in campo in quel momento?” Le risposte ci aiutano a calibrare la gestione dei minuti. Vogliamo che ogni giocatore si senta sicuro di poter dare il proprio contributo, sempre.

Nella squadra di Jamion Christian quanto conta la personalità? E che caratteristiche deve avere un leader?

Abbiamo creato un ambiente molto inclusivo. Vogliamo che ogni giocatore sia sé stesso: non cerchiamo uniformità, ma rispetto reciproco. Specialmente nei luoghi condivisi come lo spogliatoio. Per chi ha meno spazio in campo, il focus è sullo sviluppo individuale. Quando arriverà il loro momento, dovranno farsi trovare pronti. Un leader, per me, deve avere intelligenza emotiva. Deve saper leggere le persone, capire quando un compagno ha bisogno di una parola, di uno sguardo, di una spinta. Deve essere curioso, sempre desideroso di imparare. Nei momenti difficili, un leader deve farsi avanti. Essere il primo a esporsi. È lì che si costruisce la fiducia del gruppo.

Qual è stato il momento più memorabile della tua carriera?

Ho avuto la fortuna di vivere tanti momenti speciali, ho vinto cinque campionati in modi molto diversi. Ma ce n’è uno che porto con me. Un mio giocatore, un giorno, mi disse che voleva cambiare scuola. Credeva che non avessi fiducia in lui. Ci parlammo a lungo. Gli dissi che la squadra aveva bisogno di lui, del leader che poteva essere — ma che lui stesso si rifiutava di diventare. Alla fine è rimasto. Otto mesi dopo abbiamo vinto il campionato. A metà campo, ci siamo guardati. Poi ci siamo abbracciati. Un momento semplice, ma pieno di significato. Rispetto, fiducia, connessione. Toccare il cuore di un giocatore è il centro di questo lavoro. È il motivo per cui amo allenare.

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