Il Centro Storico Lebowski è calcio popolare e molto altro

Il Centro Storico Lebowski è una realtà sempre più radicata nel calcio dilettantistico fiorentino.

La squadra di calcio del Centro Storico Lebowski di Firenze è una realtà unica, simbolo di passione, inclusività e determinazione. Pur essendo giovane e senza esperienze professionistiche, il Lebowski ha conquistato un posto di rilievo nel cuore della città. Oggi il suo nome circola anche a livello nazionale, come esempio di un calcio vissuto come arte collettiva, lontano dalle logiche di profitto che dominano il calcio moderno. Tra obiettivi già raggiunti e progetti ambiziosi, il Centro Storico Lebowski rappresenta un punto di riferimento per chi crede che lo sport debba essere prima di tutto passione, comunità e identità. Abbiamo fatto una chiacchierata con Matthias Moretti, responsabile dell’area comunicazione, che ci ha spiegato cosa la società grigio-nera rappresenti per la comunità locale.

Le origini del Lebowski non sono convenzionali

La storia della squadra affonda le radici nel quartiere storico di San Frediano a Firenze, un luogo intriso di cultura, tradizione e storicità. A inizio anni Duemila, il Lebowski esisteva già. Navigava nei bassifondi della Terza Categoria – l’ultima categoria dilettantistica – con risultati tutt’altro che brillanti. Nel 2004, quasi per scherzo, alcuni tifosi della curva Fiesole della Fiorentina, stanchi della piega che stava prendendo il calcio “che conta”, decisero di seguire questa piccola squadra. La squadra, nonostante il tifo caloroso e l’amore dei tifosi, continuava a perdere, ma le poche vittorie venivano accolte con festeggiamenti senza pari.

Il Centro Storico Lebowski che conosciamo oggi nasce da un’idea che vuole coniugare l’amore per il calcio con i valori di un collettivo che si riconosce nei principi di resistenza culturale, orgoglio territoriale e impegno sociale. Non a caso, come facilmente intuibile, il nome stesso richiama alla figura del celebre personaggio Jeffrey Lebowski, protagonista del film The Big Lebowski di Joel Coen, simbolo di una vita vissuta senza compromessi, ma con grande spirito di appartenenza e resistenza.

È un’idea che si stacca dal tradizionale concetto di calcio come puro business: non è una realtà che punta alla massima visibilità o al guadagno economico, quanto piuttosto un collettivo che vive il calcio come una passione condivisa e un modo per costruire legami all’interno della comunità. Il Lebowski è un laboratorio di idee e valori. Qui conta il talento, ma anche l’impegno sociale e il legame con il territorio.

Il campo come atto politico

Il Centro Storico Lebowski nasce come risposta alla commercializzazione del calcio moderno. Questo spirito si riflette nei comportamenti dentro e fuori dal campo, così come nelle sue politiche sociali. Il club si è sempre contraddistinto per il suo impegno nei confronti della comunità, sostenendo iniziative locali, progetti sociali e una cultura inclusiva che abbraccia ogni individuo, indipendentemente dalle sue origini sociali o economiche.

Il passo decisivo per la consacrazione di questo progetto arriva nel 2010, quando il Lebowski si organizza con una gestione societaria tramite azionariato popolare. È il primo club italiano a essere realmente di proprietà collettiva, orizzontale e non scalabile. In Europa, al di là delle grandi squadre spagnole (ad azionariato popolare un po’ “mascherato”), sono pochi gli esempi di questa filosofia. Solo il St. Pauli in Germania e l’Fc United of Manchester in Inghilterra, adottano integralmente questo modello, almeno a livello semi-professionistico. La visione dei ragazzi del Lebowski ha delle motivazioni etiche e politiche alla base. Ma si fonda anche sul fatto che tante società sportive dilettantistiche e professionistiche tendono ad andare in crisi, se non addirittura a sparire dal panorama calcistico, a causa di un modello di organizzazione molto rischioso e decisamente vetusto per i tempi che viviamo.

Nonostante non militi nelle categorie professionistiche, la squadra del Centro Storico Lebowski ha un seguito appassionato, composto da tifosi che non sono solo spettatori, ma attori protagonisti di un’esperienza che va ben oltre il calcio. Ogni partita è un rito collettivo, dove calcio e identità cittadina si intrecciano. Cori, fumogeni, presenza massiccia sugli spalti: il Lebowski non ha solo tifosi, ha difensori. Per loro, il calcio è resistenza culturale. In questo contesto si esprime al massimo la socialità, dal momento che meno della metà del bilancio è coperto dagli sponsor. Sagre, eventi di autofinanziamento e la partecipazione attiva dei soci e della “gente del Lebowski” fanno il grosso del lavoro.

Ma il Lebowski non è un fenomeno fine a se stesso: porta le proprie idee e il proprio supporto a sostegno di tutte quelle cause che si riflettono nel proprio status, nei propri valori fondativi. Ne è dimostrazione il sostegno continuo e incondizionato agli operai del collettivo della GKN, la cui storia ha scosso per anni il settore dell’automotive in Italia. Molti di quegli operai sono poi entrati a far parte del progetto Lebowski.

Centro Storico Lebowski - Puntero

I ragazzi del Centro Storico Lebowski cantano davanti al loro pubblico

Il progetto tecnico

La squadra del Centro Storico Lebowski si distingue per il suo approccio diretto e coraggioso. Guidata da tecnici che credono nel gioco collettivo, la squadra ha fatto del calcio offensivo e dinamico la propria filosofia. Sin dal primo minuto, i giocatori cercano di imporre il proprio gioco, spinti da un tifo incondizionato. Il motto non scritto è che ogni partita debba essere affrontata con il massimo impegno e con il cuore, caratteristiche che hanno reso apprezzata la squadra anche dai tifosi neutrali, che ne riconoscono la purezza e autenticità.

La rosa attualmente è composta da una varietà di giocatori che, seppur non siano professionisti affermati, possiedono una grande passione per il calcio e una forte determinazione. Molti sono cresciuti nel quartiere, altri ci sono arrivati per vivere il calcio in modo diverso: senza pressioni, ma con la consapevolezza di rappresentare qualcosa di più grande. In campo, il collettivo è la vera forza della squadra: nessun giocatore è visto come un singolo individuo, ma come una parte integrante di un sistema che funziona solo se tutti collaborano.

I tifosi della curva “Moana Pozzi” apprezzano questa mentalità, e il supporto sugli spalti non si limita a essere un semplice incoraggiamento, ma diventa una spinta che coinvolge emotivamente l’intera squadra. Coreografie, fumogeni, un tifo incessante: per novanta minuti più recupero, la curva del Lebowski non si ferma mai. Squadra e tifosi sono un tutt’uno: ogni vittoria, ogni sconfitta è condivisa. Ed è questo a rendere ogni partita del Lebowski unica. Ma se oggi è possibile tutto questo, lo si deve ad un evento preciso, un momento particolare e significativo che ha, di fatto, permesso lo sviluppo di tutto ciò che oggi questo progetto rappresenta.

Nel 2015 il Lebowski riesce ad aggiudicarsi uno spazio verde nel quartiere storico di San Frediano a Firenze. Uno spazio che la politica locale avrebbe voluto cementificare, ma che il Lebowski ha difeso con ogni mezzo: dopo una battaglia senza esclusione di colpi, il Centro Storico ha vinto e quell’area resterà verde. E per farne cosa? Nel rispetto dei valori fondanti del Lebowski, quel campo è diventato la prima scuola calcio gratuita per i bambini del quartiere. Un luogo di aggregazione, aperto a tutti. Una scelta che si è rivelata estremamente azzeccata.

Da quel momento in poi, i traguardi raggiunti sono stati una naturale conseguenza. Nel corso del tempo, tenendo fede al proprio progetto di inclusione e di socialità, il Lebowski è riuscito ad attrezzare un intero settore giovanile. All’appello mancano solo gli Allievi A e B, in attesa che i giovani tesserati crescano. Nei prossimi due anni, con la crescita definitiva dei piccoli, anche le ultime due compagini saranno create e gli oltre 300 tra ragazzini e ragazzine attualmente coinvolti nelle giovanili, completeranno un percorso formativo che potrà portarli dai primi calci alla prima squadra. Uno sforzo enorme, se si considera la relativa giovane età del club e le modalità con cui le risorse per mantenere tutta la struttura sono state reperite.

In questo contesto, non poteva di certo mancare una sezione dedicata interamente al calcio femminile. Nel tempo, l’idea di una prima squadra femminile ha preso piede, finché dieci anni fa un gruppo di ragazze si è fatto avanti. Per anni hanno girovagato per la provincia di Firenze in cerca di una squadra. Il Lebowski ha messo fine al loro peregrinare, trasformandole nell’emblema di un movimento che può e deve essere ascoltato. In questi anni, la prima squadra femminile è riuscita anche nell’impresa di raggiungere il campionato nazionale di serie C. Troppo complesso da mantenere, visti i costi, ma ha consentito di creare un settore giovanile femminile che consentisse di replicare ciò che già egregiamente veniva fatto dagli uomini.

Borja Valero e l’inganno della traversa

Questo legame così forte con la propria comunità non è passato inosservato anche tra i calciatori più famosi. Anche giocatori affermati si sono lasciati conquistare dalla purezza del progetto. Tra i tanti, Borja Valero è quello che più ci ha messo la faccia. E i piedi. L’idea di tesserare Borja Valero con il Lebowski era nata quasi per gioco. A Firenze, lo spagnolo ha vissuto forse gli anni più belli della sua carriera, tecnicamente ed emotivamente. L’amore della città lo ha convinto a rimettersi in gioco e a sposare la causa del Centro Storico Lebowski.

Il modo in cui è nata questa trattativa è stato incredibile. Come si convince un campione, anche se ritirato, a scendere in Promozione? Semplice: con la verità e la spontaneità. Un messaggio su Instagram, uno scambio di ‘like’, un appuntamento in un bar di Firenze. Poi l’ingresso in scena di Benedetto Ferrara. E alla fine, Borja firma. E gioca. Per sette partite, compatibilmente con altri impegni, Borja ha vestito il grigio-nero (cinque in campionato, due in Coppa). In campo ha dimostrato quanto il Lebowski significasse per lui.

Una permanenza che avrebbe potuto durare di più e con risultati più significativi. Nel calcio, come nella vita, basta un dettaglio per cambiare tutto. Nel caso di Borja e del Lebowski, tutto si è deciso su una traversa. Sull’1-1 della prima partita di Coppa Italia, Borja su punizione colpisce una traversa clamorosa all’88’. La palla rimbalza sulla riga (dentro o fuori? D’altronde in Promozione non c’è la tecnologia), il gioco prosegue e, sul capovolgimento di fronte, gli avversari del Galluzzo segnano il gol decisivo per il passaggio del turno.

Cosa sarebbe successo se quella palla fosse entrata? Forse l’entusiasmo generato da quella vittoria e da quel gol avrebbero acceso ulteriori fari su questa splendida realtà locale? Chi può dirlo. Ciò che si sa è che il legame tra Borja Valero e il Lebowski non è finito. Tanto che ancora oggi sia lui che la moglie Rocio sono soci del Lebowski.

Un sogno che non vuole farsi comprare

Oggi il Lebowski si trova a un bivio, nonostante il successo e la popolarità crescenti. Le sfide, principalmente di natura strutturale, sono legate al fatto che il club non può contare su grandi risorse finanziarie. Il futuro del progetto dipende in larga parte dal destino del centro sportivo che oggi ospita tutta l’attività agonistica del Centro Storico Lebowski: si tratta dell’impianto che, per tutta la gestione Della Valle, è stato il centro di allenamento della Fiorentina.

Per crescere davvero, il Lebowski ha bisogno di una casa stabile. Un luogo che non sia solo campo da gioco, ma anche punto d’incontro, spazio comunitario, club house. Un cuore pulsante. Queste difficoltà non hanno mai fermato il cammino del Lebowski. Pur non potendo competere con i club delle categorie professionistiche, la squadra fiorentina è riuscita a costruire una reputazione solida come realtà comunitaria e sportiva. È diventata un punto di riferimento per chi vede nel calcio un’opportunità di crescita sociale, estendendo il proprio raggio d’azione ben oltre il solo calcio maschile.

Il futuro del Lebowski, in fondo, è già scritto: continuare a essere un riferimento per Firenze e a usare il calcio come strumento di aggregazione, educazione e resistenza. Il sogno? Salire di livello.
Ma senza mai tradire ciò che rende il Lebowski unico.

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