È notizia di pochi giorni fa, era nell’aria ma non per questo ha fatto meno scalpore: la Juventus ha esonerato Thiago Motta. Un rapporto iniziato sotto i migliori auspici e concluso tra le critiche dei tifosi bianconeri, delusi per un rendimento fin qui peggiore rispetto a quello dell’anno scorso dopo un calciomercato faraonico, quantomeno a livello di cifre spese. È una questione che torna a fare capolino nel mondo bianconero, dopo l’allontanamento di Allegri alla fine della scorsa stagione: la Juventus, che sulle vittorie “a ogni costo” ha costruito un’immagine ultrasecolare, può davvero concedere tempo a un tecnico in nome del bel gioco con il rischio di sacrificare le suddette vittorie?
La lite Adani-Allegri, preludio del cambiamento
Fine aprile 2019, nemmeno stavolta è andata bene. La pluridecorata – quantomeno su suolo italiano – Juventus di Massimiliano Allegri, Cristiano Ronaldo, Paulo Dybala, João Cancelo e compagnia, viene spintonata fuori dalla Champions League dal miglior Ajax degli ultimi 20 anni. Nemmeno CR7, Mister Champions League in persona, è riuscito a invertire un trend europeo ai limiti dell’esoterico. Un altro campionato, l’ottavo di fila, andrà in cascina, ma poco importa: per dare l’assalto alla coppa più ambita bisogna attendere ancora chissà quanto. È sempre quel centesimo che manca per fare un euro che tormenta le notti dei fedelissimi della Vecchia Signora da oltre vent’anni.
Nel post gara del match contro l’Inter, a dieci giorni dalla disfatta contro i lancieri, Acciughina si presenta ai microfoni di Sky con la sua classica aria da chill guy condita da un po’ di sana permalosità livornese. È pronto, non lo è mai stato così tanto. Negli studi Sky Sport ci sono Marco Cattaneo e Daniele Adani, con cui un anno prima aveva discusso di tattiche e movimenti in campo nei momenti decisivi, appoggiandosi a quanto accade nel basket nelle fasi cruciali delle gare. A un anno di distanza eccoli di nuovo lì, a portare avanti una guerra inizialmente solo logorante, un conflitto psicologico in cui si attende una sola parola fraintendibile da parte dell’avversario per dar fuoco alla miccia. Stavolta Cattaneo, lucidamente, si mette da parte e lascia le luci dei riflettori ai due contendenti: il conservatore e pratico Max contro il reazionario e strampalatamente messianico Adani.
Quei sei minuti di video li conosciamo tutti: Allegri condanna al rogo Lele e tutta la sua fazione, etichettando quella corrente di pensiero come quella dei teorici del pallone che leggono i libri e che lì si fermano nel giudizio, gente di cui l’Italia si sta pian piano riempiendo. L’ex difensore prova a controbattere ironicamente, affermando di non essere nemmeno in possesso del diploma, per poi sbottare definitivamente all’ “Adesso parlo io e te stai zitto” del contendente. “Stai zitto lo dici a tuo fratello!” ribatte allora Adani, sentendosi colpito nell’orgoglio.
Ma al di là dell’episodio in sé, ciò che veramente ci resta di quel momento sono le conseguenze successive di cui percepiamo ancora oggi gli effetti. La dicotomia tra giochisti e risultatisti affonda le radici nella notte dei tempi del calcio, è vecchia come il cucco e, probabilmente, se non ci fosse mai stato uno scontro verbale del genere in un contesto come Sky oggi se ne parlerebbe con molta meno enfasi. La lite Adani-Allegri ha di fatto scoperchiato il vaso di Pandora, cambiando radicalmente il modo di raccontare il calcio italiano. E noi, si sa, da buoni italiani abbiamo un feticismo perverso e manco troppo velato per il dibattito ingiustificatamente ingigantito.
L’aspro confronto tra Allegri e Adani, una delle liti calcistiche più note della storia della tv
La transizione della Juventus e le differenze tra Allegri e Thiago Motta
L’Allegri bianconero 2.0 può essere facilmente associato alla sciagurata immagine della “minestra riscaldata”, quel pasto che sai già che non sarà mai come l’originale ma che desideri come nessun’altra cosa al mondo, in preda a un’attanagliante nostalgia di ciò che fu e che non può tornare. Il suo triennio risulta quanto mai dimenticabile, sia per la carenza di prestazioni e vittorie, sia per evitare di macchiare pesantemente un primo ciclo sotto la Mole fatto di scudetti, Coppe Italia e finali di Champions League. Da buono stregone, però, ecco il colpo di coda finale, la Coppa Italia del 2024 vinta contro un’Atalanta in God mode che si apprestava, a distanza di una settimana, a surclassare l’invincibile Bayer Leverkusen di Xabi Alonso.
Tre anni tormentati, caratterizzati da tanti, troppi bassi in Italia e in Europa, aggravati dalla disgregazione dell’organigramma societario, dalla penalizzazione di 10 punti nel 2022-23 che ha precluso la Champions per la stagione successiva e un’immagine da retrogrado catenacciaro poco al passo coi tempi. Nell’ultimissimo atto, però, la Coppa Italia viene portata a casa con uno dei suoi tanto cari 1-0 con tanto di sfuriata finale e giacca volata via. Il Max più puro.
Qualche settimana dopo, però, arriva sulla panchina della Juventus Thiago Motta, eroe del triplete degli storici rivali dell’Inter del 2010 ma soprattutto giovane allenatore in rampa di lancio dopo il quinto posto in campionato alla guida del Bologna. La Juve ci crede, i tifosi sono in visibilio, tutti sembrano dimenticare il suo passato nerazzurro. Come nella più classica sbornia da social network, dove le opinioni finiscono sempre con l’essere polarizzate da un lato o dall’altro senza tener conto dei grigi che stanno nel mezzo, Motta diventa il deus ex machina della Juventus, il salvatore della patria capace di realizzare ciò che Sarri e Pirlo avevano tentato invano: coniugare il bel gioco alle vittorie. Ai primi due era stato concesso un solo anno a testa, al termine del quale erano stati entrambi sollevati dall’incarico nonostante le vittorie in terra nazionale – scudetto per Sarri, Coppa Italia e Supercoppa per Pirlo.
Attorno all’italo-brasiliano, invece, sembra esserci un’aura diversa, inebriata di ottimismo e coadiuvata da un ambiente che ne beatifica l’arrivo post Max. Motta sarà esonerato dopo neanche una stagione, ma questo nessuno può saperlo e sotto l’ombrellone, in un’estate torrida e con la Gazzetta ben salda tra le mani, i tifosi bianconeri già fantasticano sogni di gloria. Il centrocampo, il reparto più singhiozzante della rosa dell’anno precedente, viene rammodernato a suon di milioni: arrivano Koopmeiners, Douglas Luiz e Khéphren Thuram, per un totale di oltre 125 milioni di euro. Paradossalmente, sarà proprio quest’ultimo, il più giovane dei tre e il meno pagato, a diventare un tassello fondamentale della squadra.
In porta ecco Di Gregorio, in difesa il promettente Cabal e in attacco due ali con caratteristiche ben differenti dalla spiccata proposizione offensiva: Nico González e Francisco Conceição. Il calciomercato della Juventus è faraonico, abbacinante, tracotante. Gli stessi bookmakers la posizionano nelle zone nobilissime della classifica, appena al di sotto di un’Inter ancora più forte e reduce dallo scudetto conquistato qualche mese prima. Passano in secondo piano le partenze di giovani dal futuro assicurato, come Huijsen al Bournemouth, Soulé alla Roma, De Winter al Genoa, Nicolussi Caviglia al Venezia, le cessioni di grandi nomi ormai ai margini del progetto come Kean alla Fiorentina, Chiesa al Liverpool e Kostić al Fenerbahçe, oltre agli addii a parametro zero di Szczęsny e Rabiot.
Una rivoluzione di ampia portata, un cospicuo capitale umano sacrificato a favore di un obiettivo più alto, il più alto in casa Juve: tornare a vincere subito comprando i grandi calciatori. Ed è qui la prima, grande e, a posteriori, rovinosa falla nel progetto di Thiago Motta alla Juventus. Un mercato barocco, scintillante ma privo di basi e fragile all’interno. Un tritacarne di banconote che ha spalmato decine e decine di milioni di euro su singoli giocatori che, a oggi, rappresentano dei veri e propri flop stagionali e delle potenziali minusvalenze in caso di cessione futura.
Un errore amplificato dalle scorrette valutazioni sui giovani nella scorsa estate: a fine marzo Moise Kean è il totem offensivo della viola con 15 reti all’attivo nella sola Serie A, Huijsen si sta rivelando come uno dei migliori difensori della Premier League e su di lui circolano sempre più insistenti le voci di un possibile passaggio al Real Madrid in estate, mentre altri giovani come Soulé, Miretti, De Winter, Nicolussi Caviglia e Fagioli si stanno ritagliando un ruolo da protagonisti nelle rispettive piazze.
In questi nove mesi di militanza sulla panchina torinese, Motta è stato al tempo stesso colpevole e vittima, carceriere e carcerato all’interno di un ambiente e di una piazza ancora troppo grandi per un giovane allenatore come lui. È stato a più riprese risucchiato da un vortice di crepe interne e critiche esterne che ne ha minato le certezze acquisite nelle scorse stagioni. La sua mimica facciale, asciutta e sempre sinistramente composta, e le sue dichiarazioni ondivaghe e confuse nelle varie conferenze stampa ritraggono un uomo solo con sé stesso, precedentemente ben saldo sulle sue certezze e ora rimesso totalmente in discussione dall’ambiente e dalla propria persona.
Se sul rettangolo verde non ci si è tanto accorti delle divergenze con la precedente gestione, sul lato umano e relazionale ci si è imbattuti in un Motta totalmente agli antipodi rispetto a Max: Il primo, freddo e quasi robotico nella gestione del gruppo e nel liquidare leader come Szczęsny e Danilo; l’altro, notoriamente gioviale, scaltro e quasi fanfarone nel modo di porsi. Insomma, uno è il parente che non vedi mai, di poche parole e che a malapena ti saluta e ti chiede come stai quando ti vede, l’altro è quello zio che fa sganasciare tutta la tavolata di famiglia al cenone di Natale con i suoi strampalati aneddoti risalenti ai tempi in cui ne combinava di cotte e di crude nella Livorno degli anni Ottanta.
L’Allegri furioso, il colorito finale del rapporto tra il tecnico livornese e la Juventus
“Vincere è l’unica cosa che conta”
In 29 partite di campionato, Motta ha totalizzato 13 vittorie e altrettanti pareggi, realizzando 45 reti, subendone 28 e stabilizzandosi al quinto posto in classifica, a -1 dal Bologna e dalla Champions League. Numeri che confermano ancora una volta la terra di mezzo, al limite del baratro, in cui ha vissuto l’ex tecnico felsineo in questi mesi: risultati non certo positivi ma nemmeno troppo fallimentari, in una parola mediocri. E nel club in cui “vincere è l’unica cosa che conta” la mediocrità non può soggiornare in pianta stabile alla Continassa. Uno dei maggiori capi d’imputazione rivolti all’ormai ex tecnico della Juventus riguarda la gestione del potenziale offensivo, con il depauperamento economico-sportivo di Dušan Vlahović, mai veramente entrato in sintonia con Thiago Motta, e la mancata esplosione di giovani come Yildiz e Conceição, fin troppo altalenanti da inizio stagione, o dei nuovi arrivi più affermati come Nico, Koopmeiners e Douglas Luiz.
La vera sorpresa della campagna acquisti 2024-25 della Juventus è stata invece rappresentata da Khéphren Thuram, autentica dinamo di un centrocampo fin troppo spesso statico e legnoso e tante volte decisivo con le sue percussioni verticali a spaccare in due i reparti avversari. Anche in questo caso, però, è sempre stata imputata all’allenatore una gestione sbagliata del capitale umano e anche qui i numeri sembrano andare contro la bontà del suo lavoro: l’ex centrocampista del Nizza ha giocato, in campionato, 18 partite da titolare su un totale di 29, subentrando per 9 volte e spesso negli ultimi spezzoni di gara. Un dato piuttosto curioso se rapportato all’incisività di uno “sparigliatore” come il francese che, oltre a rappresentare una chiave tattica unica nella rosa, è anche il centrocampista bianconero con più bonus finora, con 3 gol e 4 assist.
Il cammino europeo si distanzia da quello nazionale per dati statistici e tipologie di avversari, ma non certo per concetto di fondo. Fuori dalle prime otto nel mega girone iniziale, la Vecchia Signora è così dovuta passare dagli spareggi per gli ottavi, nei quali è stata eliminata da un PSV certamente sorprendente nella proposta di gioco e nel carattere ma non certo avvicinabile, quantomeno a livello di rosa, alla Juve. Sulla Coppa Italia e sull’uscita ai quarti in casa contro un Empoli ampiamente rimaneggiato, beh, ça va sans dire. E si arriva così agli scorsi giorni, al definitivo naufragio di un progetto mai veramente decollato e alla deflagrazione di nostalgia e rimorso pro-Max. Il tanto vituperato Allegri, l’anticalcio, l’ottuso catenacciario.
Ora sembra quasi percepirsene l’assenza dalle parti dell’Allianz Stadium, le vedove di acciughina invadono social network, trasmissioni televisive e bar di paese. Nonostante un triennio 2021-2024 tutt’altro che eccezionale, il livornese ha in qualche modo incarnato quel DNA juventino non riscontrato in Sarri, Pirlo, Motta. Vincere, vincere e vincere ancora. Non importa ciò che accade intorno, non importa né il come né il quando, non importa quanti minuti di sofferenza e/o di catenaccio servano per raggiungere il risultato. Massimiliano conosce l’animo umano, sa come gestire i vari momenti della partita; a volte dà l’impressione che, anche con il mondo che gli crolla addosso, sappia stare al suo posto come nessun altro.
Accetta la battuta, controbatte con la sua velenosità toscana, gioca a basket con Pogba e sfida Vlahović sui tiri da dietro la riga di fondo. Ha quell’aria da strafottente, spesso impacciato, che lo rende più emotivamente accessibile al tifoso medio, sei quasi felice che un personaggio del genere arrivi a vincere così tanto, una parte di te si sente in pace con sé stessa. Max alla Juve non tornerà, ma il suo lascito umano costituisce un macigno per un ambiente in crisi di calciatori veri e di uomini veri. Thiago, per sua negligenza e per un altalenante sostegno da parte dei piani alti juventini, non è mai stato in grado di imporsi come líder máximo dello spogliatoio, fosse con la piuma o fosse col ferro. Riuscirà un grande ex bianconero come Igor Tudor a riportare serenità e risultati in una piazza così tribolata?
La rottura con la gestione Thiago Motta e il futuro della Juventus
Sarà dunque l’arcigno ex difensore croato a guidare la Vecchia Signora nei prossimi mesi. Umanamente assimilabile al primo Conte per la spigolosità del carattere, Tudor arriva come il più classico dei traghettatori di fine stagione, nel suo caso specifico scelto più per il suo passato glorioso da difensore che per il curriculum da tecnico. Infatti, per quanto abbia avuto modo di mettersi in gioco in piazze altisonanti come Marsiglia e Roma (sponda biancoceleste), viene più spesso ricordato per la stagione 2021-22 al Verona, con cui ha raggiunto un sorprendente nono posto. A fine campionato, però, ecco palesarsi la sua più ricorrente difficoltà da uomo di panchina, ovvero la difficoltà a scendere a compromessi con le società. È un leitmotiv: a Verona, a Marsiglia, a Roma. O si fanno le cose come dice Igor, o Igor se ne va senza troppi complimenti.
Le sue squadre fanno dell’intensità e della riaggressione del pallone i punti cardine del gioco ed è qui che si può notare la forte cesura con il recente passato fatto di palleggio e ragionamento di Thiago Motta: alla Juventus serve concretezza, servono risultati, serve il posto Champions a ogni costo. È molto probabile che il croato lasci la guida della squadra a fine stagione ma ad oggi pare un profilo particolarmente adeguato per traghettare dolcemente una zattera semi distrutta abbandonata in mezzo al nulla. Per Tudor è forse l’occasione di una vita. Ma, d’altronde, lo era anche per Motta, seppur in tempi e modi differenti.
La Juve non può permettersi gli anni di transizione, esige l’immediatezza di risultati. La qualità estetica del gioco è quel plus che va cercando da ormai 5 anni, ma ciò non può prescindere dal solito, martellante imperativo della vittoria no matter how. Visti i precedenti allenatori che si sono succeduti in panchina e la forte divergenza di vedute – calcistiche e non – tra loro, ad oggi individuare un profilo adatto per il 2025-26 è davvero complesso. E se alla fine fosse confermato quel vecchio cuore bianconero di Igor Tudor? Se invece dovesse arrivare De Zerbi, avrebbe il tempo necessario per imporre la propria visione in campo anche a discapito di qualche incidente di percorso? Lo stesso si può dire per Gasperini? E Roberto Mancini?
Ciò che però appare chiaro è che alla Continassa serve, prima di tutto, chiarezza, ancor prima degli schemi di gioco e dei risultati. Chiarezza sulle gerarchie tra società e allenatore in ambito di calciomercato e di situazioni di campo, chiarezza nell’avere una visione condivisa sulla gestione della rosa e del patrimonio umano, chiarezza sul nuovo progetto e sui punti fermi che vogliono essere portati avanti. Tutti discorsi che vanno però traslati a giugno, quando si conoscerà il reale epilogo di questa turbolenta stagione torinese, in un mese che, peraltro, segnerà l’inizio del Mondiale per club negli Stati Uniti.
Si proseguirà sulla falsariga di Thiago Motta, puntando su un giovane tecnico in rampa di lancio o si opterà per un nome già affermato, con il pedigree e lo standing da grande piazza? Chissà. Tali quesiti, come detto, appartengono al futuro prossimo e, qualora fosse confermato, a Cristiano Giuntoli, anch’egli finito nel mirino come capro espiatorio di quest’annata. “Mi vergogno di averti scelto” avrebbe sentenziato Giuntoli a Motta nel corso dell’ultimo pranzo condiviso insieme prima del suo esonero. Così diversi, eppure così simili, entrambi con la stessa spada di Damocle sospesa sul capo. La Juventus non attende, la Juventus pretende.