El Salvador tra calcio e politica: il progetto Estadio Nacional

La situazione dell'Estadio Nacional di El Salvador è la cartina tornasole della situazione politica dello stato caraibico, in bilico tra Cina e Stati Uniti.

Per la Nazionale calcistica di El Salvador, il futuro si gioca in campo ma anche nella costruzione dell’Estadio Nacional. Il prossimo giugno la nazionale centramericana si giocherà nei 180 minuti contro Anguilla (una formalità) e Suriname (il vero spartiacque) le proprie chance di accedere alla terza fase delle qualificazioni per la Coppa del Mondo 2026. In caso positivo, La Selecta potrebbe essere tra le ultime dodici squadre in corsa dell’area CONCACAF (Nord e Centro America), con discrete possibilità di strappare un pass per gli Stati Uniti. Grazie al formato espanso a 48 partecipanti, infatti, l’occasione è ghiotta: tra le dodici contendenti caraibiche, sei accederanno direttamente al tabellone del Mondiale, e tre agli spareggi intercontinentali.

El Salvador al centro del mondo grazie all’Estadio Nacional

La Nazionale salvadoregna è appena passata nelle mani di Hernán Darío Bolillo Gómez, volto storico del calcio latino. Colombiano, potreste ricordarlo sulla panchina dei Cafeteros a fine anni ‘90, oppure nelle sue avventure ai Mondiali con Ecuador (2002) e Panama (2018), entrambe trascinate dallo stesso Bolillo al loro storico debutto nel torneo. Per El Salvador non sarebbe la prima volta, l’impresa è già riuscita nel 1970 e nel 1982, ma sono in pochi ormai ad averne memoria. E al di là della prolungata assenza, si tratterebbe di un risultato particolarmente significativo (e fortemente ambito) per un governo che vuole presentarsi in una nuova luce davanti al mondo intero. E quale migliore occasione dell’evento calcistico per antonomasia?

Il grande traguardo è stato sbandierato senza giri di parole durante la recente presentazione del CT, sulle cui spalle sono state poste tutte le pressioni di una missione non semplice sul campo, ma dagli evidenti risvolti politici. Non è un caso, infatti, che la federazione salvadoregna sia attualmente indagata dalla FIFA per “interferenze governative”, e neanche una sorpresa, considerando che il suo presidente, Yamil Bukele, è il fratello dell’uomo più potente della Nazione.

Finito questo ciclo, in ogni caso, La Selecta entrerà in una nuova era. Avrà come simbolo il nuovo, avanguardistico e scintillante stadio in costruzione nella capitale, la cui apertura è prevista nel 2027 (per alcuni 2028). “Parliamo di un impianto moderno, polifunzionale, con oltre 50.000 posti a sedere”, diceva con orgoglio Nayib Bukele, presidente di El Salvador, davanti ai media convocati per l’inaugurazione del cantiere da cui emergerà l’Estadio Nacional.

Era il 30 novembre 2023, giorno in cui fu posata simbolicamente la prima pietra per la costruzione dell’impianto, in un’area a sud-ovest di San Salvador. Ad applaudire il discorso, tra gli altri, c’era anche l’ambasciatore cinese Zhang Yanhui, ospite atteso per l’occasione, in un certo senso il vero protagonista. Lo stesso Bukele, del resto, aveva presentato il progetto come figlio di “una collaborazione accordata direttamente dal presidente Xi Jinping, e “segno dell’amicizia tra i popoli di Cina ed El Salvador”.

Poco più tardi, Bukele avrebbe rassegnato le dimissioni (temporaneamente) da capo del governo. O meglio, avrebbe finto di uscire di scena, con lo scopo di aggirare la costituzione del Paese – che nega la possibilità di un secondo mandato presidenziale – e legittimare (più o meno) la sua candidatura nelle successive elezioni. Il tutto, con la complicità di una Corte Costituzionale spogliata di ogni autonomia decisionale, e con il benestare quasi unanime dei cittadini salvadoregni.

I due temi – la costruzione dello stadio e la politica del Paese – possono sembrare scollegati, ma solo fino a un certo punto. Il contesto in cui si inserisce il progetto dell’Estadio Nacional è infatti, da una parte, la classica propaganda di un regime che ha rafforzato il proprio consenso anche grazie ad opere simili; e dall’altra, è una delle tante diramazioni della ben documentata “stadium diplomacy” del governo cinese, che da queste parti ha trovato terreno fertile. Sullo sfondo, non troppo defilati, i rapporti di forza Stati Uniti-Cina e le rispettive sfere di influenza nella regione, tema più che mai attuale dal ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump.

Per capire meglio questo intreccio, conviene fare un passo indietro e ripercorrere alcune tappe della vita politica di El Salvador.

Le fondamenta dello “stadio cinese”

Per comprendere il cambio di rotta di El Salvador si deve partire dal 2019, anno in cui il Paese – che di lì a breve sarebbe passato dalle mani di Sánchez Cerén (primo interlocutore della Cina) a quelle di Nayib Bukele (ex sindaco della capitale) – ha normalizzato le relazioni con Pechino, revocando il riconoscimento di Taiwan e aderendo alla “One China policy”. In cambio, Xi Jinping ha elargito finanziamenti per svariate infrastrutture in favore di El Salvador: l’Estadio Nacional, un’imponente biblioteca, un porto nel Golfo di Fonseca, un sistema di trattamento delle acque e una serie di investimenti per sviluppare il turismo. Un pacchetto a cui nel 2021 si è aggiunta la donazione di 150.000 dosi del vaccino CoronaVac, oltre all’invio di aiuti alimentari. E un anno dopo, l’inizio dei negoziati per un’area di libero scambio.

L’espansione dell’influenza a El Salvador rientra in un ampio schema di penetrazione cinese del Centro America. Tra il 2002 e il 2019, il volume annuo del commercio con i Paesi caraibici è passato da 17 miliardi di dollari a oltre 315 miliardi, e con esso è cresciuta l’influenza del PCC sulle élite politiche locali. Nelle ultime settimane avrete sentito parlare della questione panamense, ma non si tratta di un caso isolato.

Come già successo in gran parte del continente africano, la capacità di Pechino di offrire finanziamenti senza condizionalità democratiche ha fornito una valida alternativa ai prestiti vincolanti del Fondo Monetario Internazionale. E nel caso specifico di Bukele, che di recente si è autodefinito “il dittatore più cool del mondo”, non sorprende che fosse un’opzione appetibile, considerando il crescente debito pubblico e la controversa decisione – disapprovata dal FMI, mai abbracciata dalla popolazione e ora in via di smantellamento – di dare corso legale al Bitcoin.

L’avanzata cinese nella piccola repubblica centroamericana non è stata accolta con favore dagli Stati Uniti, da sempre sospettosi verso simili esercizi di soft power, tanto più in quella che considerano la loro sfera d’influenza e in un’area storicamente vicina a Taiwan. Oltre alla minaccia per l’equilibrio regionale, le preoccupazioni riguardano anche il possibile utilizzo delle infrastrutture finanziate da Pechino, soprattutto porti e telecomunicazioni, per scopi militari e di intelligence. Washington ha più volte ammonito Bukele sulle conseguenze di questa apertura, ad esempio quando l’Asia Pacific Xuanhao, una società riconducibile al governo cinese, ha provato ad appropriarsi di alcuni terreni nel Golfo di Fonseca, su cui si affacciano anche Nicaragua e Honduras.

Da questa nuova intesa sino-salvadoregna ha avuto origine il progetto dell’Estadio Nacional. “Un impianto da 52.000 posti, contando anche aree dedicate a VIP, stampa e persone disabili”, ha spiegato Bukele. Certo, viene da chiedersi perché in un Paese che non è proprio una capitale del calcio, e in cui il 25% della popolazione è sotto alla soglia di povertà, un’opera del genere, dal costo di oltre 100 milioni di dollari, possa essere considerata una priorità. Risposta semplice: l’immagine di un governo che si vede ben rappresentato dall’impianto più moderno e capiente della regione, “molto meglio di quello costruito in Costa Rica” (anch’esso finanziato con fondi cinesi, peraltro).

 

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Nonostante l’annuncio sia del 2019, oggi il cantiere è ancora in fase embrionale. L’inizio dei lavori era previsto infatti nel 2021, poi è slittato al 2022, e quindi di altri diciotto mesi. Ora che la macchina si è messa in moto, l’inaugurazione è prevista tra la fine del 2027 e l’inizio del 2028. Nel frattempo, però, gli sviluppi socio-politici interni e il ritorno di Trump – con la priorità assoluta di fermare l’immigrazione clandestina dall’America Latina – hanno messo in discussione il nuovo assetto diplomatico.

Il modello repressivo di Bukele

Per comprendere la situazione attuale, bisogna necessariamente partire dal tema della sicurezza. Vale a dire dal sistema che Bukele ha messo in piedi a partire dal marzo 2022, dopo i giorni più sanguinosi nella storia recente del Paese. L’ondata di violenza deflagrata allora dallo scontro tra due gang locali, MS-13 e Barrio18, aveva riportato lo Stato ai fasti della guerra civile di trentacinque anni fa. La durissima reazione del governo, però, ha cambiato radicalmente il corso degli eventi.

Deciso a reprimere la criminalità organizzata con qualsiasi mezzo possibile, il giovane presidente ha dichiarato lo stato di emergenza, reiterato poi all’infinito. Da lì è iniziata una stretta che ha dato alla polizia il potere di arrestare chiunque fosse sospettato di far parte di una gang, basandosi anche su semplici dettagli come un tatuaggio o una denuncia anonima; una repressione che ha portato in due anni all’arresto di 83.000 persone (il 2% della popolazione adulta del Paese), ricorrendo a misure fortemente discutibili sotto il profilo dei diritti umani, come la detenzione preventiva (anche prolungata) e i processi di massa (fino a 900 imputati per sessione).

Per gestire il moltiplicarsi dei detenuti, Bukele ha investito 120 milioni di dollari nella costruzione del Centro de Confinamiento del Terrorismo (CECOT), un carcere in grado di ospitare 40.000 prigionieri, in condizioni estreme. Le immagini dei detenuti ammassati in fila, teste rasate, mani dietro la schiena, hanno fatto il giro del mondo; così come i report sulle condizioni di vita all’interno del centro, tra sovraffollamento delle celle (80 detenuti l’una), letti a castello in acciaio e senza materassi, la totale assenza di programmi di reinserimento e il divieto di visite.

E così, El Salvador è passato dall’essere uno dei Paesi più violenti al mondo, con 53 omicidi ogni 100.000 persone e il 3% della ricchezza devoluta al pagamento di riscatti, a una bolla straordinariamente sicura per gli standard regionali, con meno di 3 omicidi per 100.000 abitanti. Il perenne stato di emergenza, le riforme giudiziarie e la massiccia campagna di incarcerazioni hanno consentito infatti di smantellare del tutto, o quasi, il network della criminalità organizzata, che per decenni aveva tenuto sotto scacco la popolazione locale.

L’approccio radicale di Bukele, incluso l’annientamento dell’opposizione e il controllo dell’informazione, ha attirato una valanga di denunce da parte delle ONG internazionali. D’altro canto, ha riscosso la piena approvazione degli elettori, rassicurati dal ripristino della sicurezza, nonostante il peggioramento dell’economia. Le elezioni dello scorso anno, con l’80% dei voti a favore del secondo mandato, lo hanno confermato.

Durante il recente tour diplomatico in Centro America di Marco Rubio, Bukele ha presentato all’amministrazione Trump una proposta unica nel suo genere. Ovvero, la disponibilità ad accogliere (si fa per dire) nelle prigioni locali i detenuti espulsi dagli USA, di ogni nazionalità. In cambio, come spiegato dallo stesso Bukele, di un “costo basso per gli Stati Uniti ma significativo per noi, che renderebbe sostenibile il nostro intero sistema carcerario”. L’idea di trasformare il CECOT in un carcere a pagamento per detenuti stranieri ha scatenato polemiche globali, ma ha trovato orecchie attente tra i suoi destinatari.

L’amministrazione repubblicana ha apprezzato infatti il “modello-Bukele” nella lotta all’immigrazione e alla criminalità, gettando le basi per un riavvicinamento tra Washington e San Salvador, spingendo per un raffreddamento dei rapporti con Pechino. E così, mentre Trump e Xi Jinping continueranno la contesa per il controllo della regione, Nayib Bukele ha messo El Salvador a disposizione del miglior offerente, e in senso neanche troppo metaforico.

Se l’Estadio Nacional e gli altri progetti imbastiti nel 2019 avevano portato a una svolta storica verso oriente, nei prossimi anni la cooperazione securitaria con gli USA potrebbe diventare la nuova bussola diplomatica per El Salvador. E chissà, magari la celebrazione calcistica di questa nuova intesa avverrà proprio nel Mondiale del 2026 Oppure, tra qualche anno, in un contesto ancora più paradossale: il nuovo stadio “cinese” di San Salvador come simbolo di una rinnovata alleanza con gli USA.

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