Laamb, la lotta senegalese che resiste al tempo e alla modernità

La lotta senegalese sta lentamente guadagnando spazio nel mondo degli sport di combattimento.

Contano milioni di visualizzazioni su Youtube, cachet che possono raggiungere centinaia di migliaia di euro ad incontro, godono dello status di autentici divi dello sport ma al di fuori di alcuni paesi dell’Africa occidentale, delle loro diaspore e di una ristretta cerchia di ricercatori e curiosi, nessuno sembra esserne al corrente. Sono i campioni della lotta senegalese e questa è la loro storia, custodi di una tradizione locale ma alla ricerca di riconoscimento internazionale.

Laamb, una tradizione “moderna”

Fin da bambino ho sempre sognato di essere come i grandi lottatori, di diventare Roi des Arènes.

Con queste parole si apre il documentario con cui Oumar Ba segue il giovane Kalanda, aspirante mbër (parola wolof traducibile come “combattente”) che trascorre l’ennesima giornata ad allenarsi su una delle decine di spiagge che contornano la penisola di Capo-Verde. Affacciato sull’Oceano Atlantico, questo triangolo di terra vulcanica sul quale sorge la città vecchia di Dakar ha visto convergere dall’entroterra secoli di tradizioni, culti e stili differenti coagulatesi in quella che oggi appare a tutti gli effetti un’industria.

In origine si combatteva per celebrare la fine della stagione del raccolto, per suggellare il passaggio all’età adulta, per dirimere sporadiche dispute circa il pescato del giorno o semplicemente per confrontarsi con un villaggio vicino. Non c’erano regole condivise né tantomeno uno stile preciso che accomunasse praticanti appartenenti a regioni e gruppi etnici differenti. Terreno condiviso fu invece lo spazio geografico rappresentato dalla nuova capitale coloniale che nel 1902 i francesi spostarono da Saint-Louis a quella che i locali chiamavano ancora Ndaakaru, l’antico insediamento da cui i lebou – sottogruppo del popolo wolof stabilitosi secoli addietro sulla penisola per sfuggire all’influenza di vicine popolazioni ostili – iniziarono a commerciare con i primi europei stanziatisi a Gorée, la cosiddetta “isola degli schiavi”.

È nella neonata capitale dell’Africa Occidentale Francese che i wolof provenienti dal nord, i serer originari del delta dei fiumi Sine e Saloum e persino i jola del Gambia, della Casamance e delle aree più meridionali al confine con la Guinea-Bissau si ritrovarono fianco a fianco, facendo delle arene adibite alla lotta i rispettivi punti di aggregazione ma formulando al contempo uno stile comune che rendesse possibile la competizione.

Dalla tenuta dei lottatori o dalle loro tecniche si poteva sapere se fossero wolof, serer o jola.

L’antropologa Dominique Chevé descrive così quel periodo. Circondati da un perimetro di sacchi di sabbia – su di una superficie anch’essa di sabbia compresa tra i 6 e i 9 metri di diametro – ai lottatori che all’inizio del XX secolo animavano i fine settimana di Dakar erano consentite prese agli arti superiori, al torso, al nguimb (il perizoma che copre il triangolo genitale durante il combattimento), leve alle gambe e proiezioni al fine di ottenere lo schienamento dell’avversario, la sua caduta su tutti e quattro gli arti o la fuoriuscita dal ring. Uno stile primordiale, simile alla lotta libera europea ma senza fasi di combattimento a terra, prese il nome wolof di mbapatt e divenne la tipologia di combattimento più praticata oltre che una delle forme di intrattenimento più ricercate dai cittadini di Dakar per tutta la prima metà del Novecento.

Seppur tuttora in voga, questo stile che i francesi identificarono come lutte sans frappe (lotta senza colpo), nel dopoguerra visse un progressivo declino di popolarità in favore della cosiddetta lutte avec frappe (lotta con colpo) che, risentendo dell’esposizione al pugilato di stampo occidentale, iniziò ad incorporare l’uso dei pugni. Un unicum nella variegata famiglia delle lotte popolari dell’Africa occidentale che sancì l’atto di nascita del laamb, lo stile di lotta senegalese oggi predominante.

 In Senegal si sogna la lotta

Gli anni ’60: Falaye Baldé e la nascita di una mitologia sportiva

Nel 1928, anno in cui lo sport iniziò una fase di grande spinta sociale grazie alle prime Olimpiadi veramente globali e oggetto di sponsorizzazione, l’imprenditore cinematografico Maurice Jacquin pensò di cavalcare l’onda e installare un ring all’interno dell’allora Cinema Alhambra di Dakar. Il grande successo di pubblico lo convinse a noleggiare un terreno più esteso in grado di accogliere la folla disposta a pagare il biglietto per assistere agli incontri. Sebbene già all’epoca la lotta senegalese fosse in grado di generare un mercato capace di alimentare un circuito di tornei e premi in denaro, è con la fine del colonialismo che questo fenomeno culturale assunse i contorni di una vera e propria pratica sportiva.

Nel 1959, un anno prima che il Senegal diventasse indipendente, la nascita di una federazione nazionale per la lotta tradizionale fornì il primo inquadramento istituzionale a un movimento che via via iniziò a costruirsi una propria mitologia sportiva. È questa contaminazione tra passato ancestrale e industria dello spettacolo che, a partire dagli anni ‘50 e ‘60, cominciò a conferire ai lottatori lo status di sportivi di fama nazionale. Impressi sulla carta stampata e trascinati dalle onde radio, i loro nomi si propagavano per i dipartimenti del neonato stato senegalese a una velocità senza precedenti, raggiungendo distanze che travalicavano i confini dei villaggi e degli antichi regni.

Il suo paese d’origine era ancora una colonia portoghese quando nel 1957 il giovane Falaye Baldé arrivò a Dakar. Per vivere coltivava arachidi e, al termine del raccolto, era solito partecipare ai tornei di lutte sans frappe che si tenevano nel suo villaggio natale, in quella che oggi è la Guinea-Bissau. Quando durante la stagione delle piogge il suo mestiere di agricoltore lo portò in un villaggio vicino non poté fare a meno di partecipare a un torneo locale, nel quale sbaragliò la concorrenza e fece la conoscenza di un lottatore senegalese di fama.

Fu quest’ultimo a sponsorizzarne l’approdo a Dakar, dove Falaye Baldé iniziò a imporsi regolarmente incassando meno degli avversari che sconfiggeva. Il suo nome circolava già tra i mbër della capitale – che accettavano di combattere con lui secondo le regole del mbapatt per saggiarne le qualità – ma non diceva molto al pubblico presso il quale gli organizzatori promuovevano gli eventi. Il passaggio alla lutte avec frappe fu una decisione obbligata, dato che già alla fine degli anni ‘50 il laamb costituiva la variante più seguita e remunerata.

Le cronache del suo primo incontro sconfinano nella leggenda, riferendo di colpi violentissimi sferrati all’avversario, che avrebbe passato i successivi tre mesi ricoverato in ospedale. Quello che invece gli è largamente riconosciuto è il fervore nazionalista e la lealtà sempre dimostrata per il presidente-poeta Léopold Sédar Senghor e per il Partito Socialista del Senegal, che beneficiò concretamente del contributo del campione, che destinò parte dei suoi premi alla costruzione della casa del partito nel quartiere popolare di Colobane.

Gli Anni ’70: Double-Less e lo sport come fattore identitario

Falaye Baldé è uno dei primi campioni della lotta senegalese moderna e la sua traiettoria ben rappresenta l’evoluzione di una disciplina in cui il successo commerciale ha trainato un processo di “sportificazione” che è ancora in atto.

Gli anni ‘70 furono un periodo di relativo benessere per il Senegal. L’aumento del prezzo dell’arachide sul mercato internazionale trascinò una crescita economica che si riversò in particolare nelle aree urbane, dove l’inedito afflusso di denaro e l’immigrazione dalle campagne incise anche sulle aspirazioni individuali e sui modelli di consumo. Un processo che non risparmiò l’industria dell’intrattenimento, che a Dakar e nelle altre città senegalesi vuol dire tuttora lotta.

Malgrado l’osservatore occidentale fatichi a distogliere lo sguardo dagli aspetti più manifestamente folkloristici, anche il cronista francese non può ignorare che:

Qui i campioni di lotta sono famosi quanto i ciclisti o i grandi calciatori in Europa.

Nel filmato raccolto dall’Institut National de l’Audiovisuel a metà degli anni ‘70 è presente anche Robert Diouf, campione proveniente dall’area costiera a sud di Dakar e figura peculiare perché – prima di convertirsi anch’egli all’Islam – fu uno dei rari lottatori di alto livello di fede cristiana. Fu lui la bestia nera della grande icona del periodo: Mamadou Lamine Sakho, più noto sotto lo pseudonimo di Double-Less a causa della sua stazza.

A testimonianza dei cambiamenti demografici in atto, come molti dei suoi principali concorrenti anche lui proveniva da una regione periferica, anzi, la più periferica di tutte. Nato in un villaggio della Casamance – al pari del club calcistico del Casa-Sport – Double-Less è stato il volto delle istanze identitarie di questa regione posta all’estremo sud del paese, schiacciata tra il Gambia e la Guinea-Bissau, abitata principalmente da popolazioni jola con significative minoranze cristiane e animiste che non hanno mai digerito completamente l’egemonia esercitata dalla maggioranza wolof e musulmana radicata a Dakar.

Dopo qualche passo falso, come la prima sconfitta contro Robert Diouf, nel 1975 fu protagonista di uno degli incontri che avrebbe fatto la storia della lotta senegalese. In uno stadio gremito di migliaia di spettatori, Double-Less sfidò Tigre de Fass, la “tigre” dell’omonimo quartiere di Dakar dal quale proveniva Mbaye Gueye, atleta noto per l’abilità tecnica che più di una volta gli aveva permesso di avere la meglio su avversari di taglia superiore.

Alla vigilia non mancò chi volle colorare l’incontro di toni etnico-nazionalistici, caricando di tensione un clima che già faceva presagire il conflitto che a partire dagli anni ‘80 avrebbe insanguinato la Casamance. Lo stesso presidente Sénghor si espose ricordando come: “nello sport non c’è spazio per il regionalismo”. Gli scontri verificatisi allo Stadio Demba Diop indussero a pensare il contrario, anche se alcune testimonianze oggi tendono a puntare il dito maggiormente sulle scommesse che sarebbero costate somme non indifferenti a coloro che puntarono sul favorito Tigre de Fass.

Una giornata di lotta senegalese negli anni ’70

Gli anni ’90: la professionalizzazione della lotta senegalese

Se gli anni ‘70 e ‘80 rappresentarono un deciso passo avanti con la crescente popolarità degli atleti a innescare un circolo virtuoso che garantiva borse più cospicue e attraeva nuovi praticanti da diverse regioni, è con l’istituzione nel 1994 del Comitato Nazionale di Gestione della Lotta (CGN) che cominciò a prendere forma un’industria sportiva intelligibile anche al pubblico occidentale. La diffusione della televisione su più larga scala favorì l’ingresso di nuovi investitori che alimentarono un mercato fatto di sponsorizzazioni, diffusione esclusiva degli eventi e incremento dei premi che cementarono lo status del lottatore quale modello di successo economico oltre che sportivo.

Cambiamenti che coincisero con l’ascesa di una generazione di atleti particolarmente carismatici che avrebbe traghettato questo sport tradizionale nel nuovo millennio. La figura che prima delle altre incarnò questo processo di professionalizzazione ha le mastodontiche fattezze di Mouhamed Ndao, detto Tyson. Proveniente dall’entroterra ma cresciuto sportivamente nella capitale, fu probabilmente il primo personaggio mediatico prodotto dalla lotta senegalese. Alto 2 metri e dal peso di oltre 130 chilogrammi, la sua imponente sagoma è diventata iconica per la bandiera americana che era solito indossare al suo ingresso nell’arena e che anche dopo anni dal ritiro continua ad abitare l’immaginario del pubblico senegalese, come dimostra l’omaggio resogli recentemente da uno dei lottatori del momento, Diop 2.

Per molto tempo essere un lottatore non era considerato un vero lavoro perché non garantiva denaro.

Un cambio di status che lo stesso Tyson ammette candidamente e che per lui coincise con la conquista del titolo di Roi des Arènes nel 1999. Un riconoscimento rimasto a lungo informale prima che fosse istituito ufficialmente nel 1986, incoronando Manga 2 quale primo campione indiscusso della disciplina. Il ritiro di quest’ultimo riportò il titolo nell’ufficiosità prima che il suo ritorno lo rimettesse in palio alla fine degli anni ‘90.

La versione integrale del match del 1999, compreso l’inno nazionale cantato da Youssou N’Dour

 

Gli incontri di Tyson furono i primi a raggiungere il centinaio di milioni di franchi CFA di borsa, preparando la strada ai suoi successori. Nel 2002 Serigne Ousmane Dia, in arte Bombardier, sconfisse Tyson al termine di un bizzarro incontro in cui il campione in carica perse l’equilibrio per due volte. Graziato dall’arbitro in una prima occasione, pochi secondi dopo si trovò nuovamente a terra cercando con lo sguardo lo sfidante, mentre questi già gli volgeva le spalle rivolto al pubblico. Una carriera lunghissima quella di Bombardier, che riconquisterà il titolo dieci anni più tardi intrecciando a più riprese il suo percorso con quello che sarà il suo grande rivale.

Yékini, al secolo Yakhia Diop, è il nome sul quale oggi tende a convergere il dibattito sul più grande di sempre, o quantomeno dell’era moderna. Originario di quelle aree umide al confine con il Gambia che più a lungo delle altre resistettero all’islamizzazione, nelle sue vene scorre il sangue serer di Boukar Djilak Faye, il leggendario guerriero del XIV secolo dal quale si usa far discendere le diverse declinazioni della lotta senegalese.

Educato allo stile mbapatt, il suo cammino nella lutte avec frappe cominciò ufficialmente nel 1997 con la prima di un’interminabile serie di vittorie. Una striscia di imbattibilità lunga quindici anni scandita da incontri rimasti nella storia, primo tra tutti quello che nel 2004 gli valse il titolo di Roi des Arènes ai danni di Bombardier, contro il quale difenderà il titolo per due volte. Altre pietre miliari furono i due match contro Tyson. Sconfitto l’ex campione per la prima volta nel 2006, quattro anni dopo, una borsa da 100 milioni di franchi CFA all’incirca 150.000 euro lo convinse a concedere a Tyson la rivincita per quello che all’epoca venne presentato come l’incontro del secolo. Al termine di una lunghissima fase di studio Yékini, si confermò ancora una volta effettuando una manovra di gambe non troppo dissimile da quella che, nel judo, è nota come uchi-mata.

Altrettanto epico, seppur amaro, fu il match del 2012 con Balla Gaye 2. A 38 anni suonati, con una borsa senza precedenti da oltre 450.000 euro, Yékini mise nuovamente in palio il titolo di Roi des Arènes. Un incontro breve ma serrato, nel quale la tensione si respirò fin dalle prime battute quando i due contendenti si limitarono a mantenere la distanza in attesa di ingaggiare il clinch. Più lento nei movimenti, Yékini tentò l’iniziativa con le medesime proiezioni viste contro Tyson ma con tutt’altro esito. Scampato al KO dopo un primo attacco fallito, le leve tentate alle gambe di Balla Gaye 2 gli si ritorsero contro facendogli perdere l’equilibrio ed esponendolo al contrattacco dell’avversario, al quale fu sufficiente spingerlo lateralmente per mandarlo al tappeto.

Il momento a lungo temuto ma altrettanto atteso si consuma nel boato della folla che assiepa lo Stadio Demba Diop, tempio dello sport senegalese che per oltre cinquant’anni il laamb ha condiviso con il calcio ma che oggi è stato affiancato dall’Arène National de Lutte, struttura da 20.000 posti concepita appositamente per la lotta che – come ricorda la targa sulla facciata – è stata realizzata con fondi cinesi. Inaugurata nel 2018, è oggi il principale teatro della nuova era della lotta senegalese, quella che simbolicamente si aprì tredici anni fa con la caduta del suo campione più grande.

Yékini contro Tyson, la versione senegalese dell’incontro del secolo

Uno sport come tanti ma uguale a nessuno

Sarebbe rimasto Roi des Arènes per altri due anni Balla Gaye 2, il cui numero alla fine del nome omaggia l’omonimo maestro e non il padre biologico, anch’egli lottatore ma che altri non è che Double-Less, il campione degli anni ’70 che in tempi non sospetti colmò le distanze tra il laamb e gli sport da combattimento internazionalmente riconosciuti partecipando a tre edizioni delle Olimpiadi. L’approdo naturale fu la lotta greco-romana con la quale il laamb condivide la centralità delle prese al di sopra della cintura.

Spogliatosi del suo nome di battaglia al momento di aggregarsi alla spedizione senegalese per Montréal 1976, Mamadou Sakho uscì immediatamente dal torneo riservato agli atleti oltre i 100 kg di peso, perdendo entrambi gli incontri a cui prese parte. Deciso a continuare a misurarsi a livello internazionale, quattro anni più tardi trovò un terreno a lui più congeniale nella lotta libera e nel coinvolgimento delle gambe che, in modo analogo al laamb, essa consente al fine di eseguire proiezioni e immobilizzazioni. A Mosca 1980 Sakho vinse due incontri arrivando a un passo dal turno finale e classificandosi al 6° posto. Piazzamento migliorato a Los Angeles 1984 dove, nonostante le due sconfitte iniziali, il regolamento gli permise di finire in 5° posizione.

Una parabola, quella di Mamadou Sakho aka Double-Less, che dimostra ancora una volta come la lotta senegalese si trovi all’intersezione di molteplici identità, siano esse quelle etnico-regionali della Casamance, quella nazionale del Senegal ma anche quella sportiva di una disciplina che assomiglia a tante altre senza essere uguale a nessuna.

Nella galassia di stili e varianti regionali che comprende tra le altre il boreh del Gambia, il sinɛta del Mali, l’evala del Togo fino al dambe (la peculiare boxe con un pugno solo diffusa tra le popolazioni hausa al confine tra Niger, Nigeria e Ciad), il laamb è oggi la corrente di gran lunga più popolare, anche al di fuori dei confini nazionali. La combinazione tra i crescenti flussi migratori e la diffusione dei mezzi di comunicazione si è tradotta non solo in saltuarie dimostrazioni ma anche in eventi ufficiali organizzati fuori dal continente africano come l’incontro che nel 2013 vide Bombardier sconfiggere Baboye all’arena di Bercy, a Parigi.

Una popolarità che talvolta trascende le stesse origini di appassionati e praticanti, come dimostra il caso di Juan Espino, noto in Senegal anche con il nome di Lion Blanc, atleta spagnolo proveniente dal mondo della lucha canaria – una forma di lotta affine al laamb nativa delle Isole Canarie – che infiammò le arene di Dakar all’inizio del decennio scorso.

Ancora più sorprendente il percorso intrapreso dal giapponese Shogo Uozumi. Innamoratosi del laamb durante un’esperienza di volontariato in Senegal, ha deciso di tornare e trasferirsi in pianta stabile nel paese africano con l’obiettivo di aprire una scuola e possibilmente preparare atleti per le Youth Olympics in programma proprio a Dakar nel 2026.

Il paradosso è che, sebbene il Comitato Olimpico Internazionale abbia l’abitudine di inserire discipline in linea con la tradizione del paese ospitante, la lotta senegalese non troverà spazio, almeno nella sua forma più pura. Così come avviene nei Giochi della Francofonia – principale palcoscenico internazionale per i mbër – al fine di armonizzare i diversi stili della lotta tradizionale, gli atleti si misureranno sul terreno comune del beach wrestling: una lotta libera sulla sabbia entro la quale applicare i principi standard assenti nel laamb. Una mancanza di misure precise degli spazi e di categorie di peso che, unitamente alle componenti più profondamente tradizionali, se da una parte ne preservano l’identità, dall’altra cela il germe del suo possibile declino.

L’aspetto sportivo è solo una piccola parte del laamb.

Come ricorda la voce storica della lotta in Senegal Becaye Mbaye, ciò che oggi si vorrebbe ridurre a mero sport da combattimento è in realtà parte di un cerimoniale codificato che affonda le radici nella cultura popolare e che non si esaurisce nella pura pratica sportiva. 

Al netto di incontri che il più delle volte non durano più di qualche minuto, un evento di lotta è solito impegnare lo spettatore per l’intera giornata con esibizioni musicali e di danza, non ultime quelle a cui sono chiamati i lottatori stessi. Sarebbe riduttivo definire secondario il touss, la personale coreografia che il lottatore è tenuto ad eseguire prima del match e che finisce per definirne lo stile al pari delle tecniche di combattimento. O il bakk, il complesso di invocazioni a metà tra preghiera e training autogeno che è solito recitare al cospetto della folla.

Così come non si può ignorare il ruolo simbolico ma anche iconografico svolto dai gris-gris, gli amuleti che insieme alla safara – l’acqua benedetta con cui i lottatori si cospargono il corpo allo scopo di proteggersi dai poteri occulti degli onnipresenti marabutti – costituiscono il punto di contatto tra il mondo sensibile e quello soprannaturale nei confronti del quale la lotta senegalese si fa ponte. Come ebbe a dire a fine carriera Falaye Baldé: 

Il mio nguimb pesava almeno tre chili. Aveva tasche contenenti amuleti e altri oggetti mistici. L’ho portato per 25 anni senza che cadesse mai.

Non sfuggiranno allo spettatore più attento le similitudini con la cerimonia di ingresso dei rikishi (lottatori di sumo) nel dohyo, con il chikara-mizu, il rito dell’acqua della forza o con il celebre shio-maki, il propiziatorio lancio del sale effettuato allo scopo di purificare il ring. Una ritualità che finisce per accomunare il laamb più al sumo che ad altre discipline oggi più popolari e che rischia di alienare una crescente fetta di pubblico, ma anche di praticanti, che sempre più numerosa si rivolge alle Mixed Martial Arts (MMA).

Un giapponese nella lotta senegalese

Le MMA e il futuro della lotta senegalese, il fenomeno Reug Reug

Ha 33 anni, i suoi 183 centimetri non ne fanno uno dei lottatori più imponenti in circolazione e non ha mai conquistato il titolo di Roi des Arènes; tuttavia Oumar Kane, alias Reug Reug, è oggi uno degli sportivi più popolari in Senegal. Come quasi tutti prima di lui ha iniziato con il mbapatt per poi dedicarsi alla lutte avec frappe a cui deve la fama che in patria già lo accompagnava quando nel 2021 compì il grande passo verso le MMA.

Il suo non è un caso isolato e segue di qualche anno quello dello stesso Bombardier, che a 42 anni si dedicò alle MMA vincendo alcuni incontri prima di incassare un sonoro KO per mano del polacco Mariusz Pudzianowski, plurivincitore del concorso World’s Strongest Man.

Lo score di Reug Reug oggi parla di sette vittorie su otto incontri disputati, l’ultimo dei quali gli è valso la cintura di campione dei pesi massimi ONE Championship, primo circuito di eventi MMA in Asia e secondo al mondo dietro alla sola Ultimate Fighting Championship (UFC). Un match, quello combattuto lo scorso novembre contro il russo Anatoly Malykhin, che ha fatto discutere innanzitutto per la scelta di utilizzare un ring da pugilato in luogo della caratteristica gabbia MMA e che per larghi tratti ha visto i due atleti impegnati in poco spettacolari fasi di clinch agli angoli e contro le corde che avrebbero favorito il senegalese, premiato dalla decisione non unanime dei giudici.

Strascichi polemici che evidentemente non sono arrivati in Senegal, dove il nuovo campione ha trovato ad attenderlo in aeroporto nientemeno che il Ministro dello Sport in persona mentre la folla accorsa in strada per acclamarlo animava la notte di Dakar.

Sono un combattente e voglio misurarmi con i migliori. Con la globalizzazione bisogna aprirsi a tutte le discipline e le MMA rappresentano il top da questo punto di vista.

Se l’impresa di Reug Reug dona lustro alla tradizione della lotta senegalese, non si può ignorare come il suo successo non faccia che allargare la faglia sulla quale oggi essa sembra trovarsi. Da una parte c’è la moltitudine di giovani che si avvicina a questo mondo sognando la vita del lottatore e che, ispirata dall’ascesa di altri campioni africani affermatisi negli ultimi anni come Kamaru Usman, Israel Adesanya o Francis Ngannou, guarda inevitabilmente alle gabbie ottagonali della UFC piuttosto che alle arene sabbiose di Dakar. Dall’altra c’è la vecchia guardia, incarnata dal CGN e da coloro che rimpiangono lo stile maggiormente tecnico del passato, più o meno consapevoli della sfida che attende la lotta senegalese nei prossimi anni. Da apparente opportunità, la globalizzazione degli sport da combattimento rischia infatti di pregiudicare in partenza quello che è il fine ultimo di tutto il movimento e cioè il riconoscimento olimpico.

Secondo Thierno Kâ, responsabile della comunicazione del CGN, fare della lotta senegalese uno sport olimpico sarebbe la mossa decisiva per raggiungere quel respiro internazionale sognato anche da un campione del passato come Tyson:

Mi piacerebbe che il nostro sport fosse conosciuto dappertutto e che avesse la fama che merita.

Dalle stesse spiagge dove oltre cento anni fa prese forma fondendo stili locali e importati, la lotta senegalese raccoglie la scommessa del futuro: aprirsi al mondo senza dimenticare le proprie radici.

Reug Reug conquista il titolo ONE Championship

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