Nel frammentato contesto dello sport internazionale siamo abituati a vederne un po’ di tutti i colori: paesi ricchi e potenti che usano lo sport per deviare l’attenzione globale dalle proprie nefandezze sociali e politiche; dittature di vario genere che guardano allo sport a volte come strumento di propaganda, altre come pericoloso settore da limitare e controllare. Ci sono posizioni di profonda ipocrisia, come quelle delle grandi federazioni che dietro alla retorica della diffusione dello sport in tutto il mondo nascondono le proprie ambizioni economiche, e chi invece vede nello sport l’unico settore in cui sentirsi ancora padroni e al centro del mondo, come succede, banalmente, all’Europa. E poi c’è il Rwanda.
Riflettori sul Rwanda: non solo sport
Un paese che, per dimensioni ed economia, dovrebbe essere periferico, lontano dalle vere stanze del potere, come molti altri Stati africani anche più grandi. Eppure, il Rwanda sta riuscendo a ritagliarsi un ruolo di primo piano, sfidando le logiche di potere internazionali. E, a differenza del proverbiale calabrone, di consapevolezza nel suo caso ce n’è eccome, tanto che, come la ricetta di un grande chef, il Rwanda prende un qualcosa di tutte le varie sfumature con cui sport e politica si mischiano, fondendole insieme per creare qualcosa di unico, tanto da arrivare a mettere il proprio nome sulle maglie di alcune delle squadre più importanti del calcio europeo e accanto a brand che valgono miliardi.
Ciò che il Rwanda sta facendo per aumentare il proprio potere e la propria posizione nel contesto internazionale va molto oltre lo sport. Nelle ultime settimane, del piccolo Stato centrafricano si parla soprattutto in relazione alla sua controversa collaborazione con il gruppo armato M23 che nella confinante Repubblica Democratica del Congo sta portando avanti un tentativo di colpo di stato, una guerra vera e propria che ogni settimana assume sfumature più pericolose e tragiche, soprattutto per le migliaia di civili che vivono in quelle zone.
Il Rwanda, nella sua forma attuale, ha appena 30 anni di storia ed è il prodotto di una guerra civile su base etnica tra le più crudeli e spaventose del ‘900, combattuta per le strade e che ha causato oltre 800mila morti, molti uccisi con armi rudimentali, come maceti o altri strumenti agricoli, da quelli che erano letteralmente i loro vicini di casa. Il genocidio ruandese è uno dei conflitti più sanguinosi e al tempo stesso meno conosciuti nei suoi dettagli. Lo sport non è una questione di secondo piano nelle strategie geopolitiche: anche un paese fragile e complesso come il Rwanda lo ha scelto come leva per rafforzare il proprio posizionamento internazionale.
Dalla guerra al progetto del presidente Kagame
Parlare del Rwanda moderno significa inevitabilmente parlare di Paul Kagame. Nato nel 1957, è presidente-padrone del paese dal 2000 e, salvo sorprese, lo sarà almeno fino al 2035. Kagame ha preso il potere al termine della guerra civile in Rwanda. Un conflitto che affonda le proprie radici nel periodo coloniale del paese, in cui era controllato dal Belgio, che aveva consolidato la gerarchia di potere tra le due principali etnie del Rwanda: i Tutsi, aristocratici e borghesi, e gli Hutu, per lo più contadini, sebbene più numerosi.
Dopo l’indipendenza, e a causa di gravi e ripetute crisi economiche e umanitarie, per decenni gli Hutu hanno controllato il paese, facilitati anche dalle numerose emigrazioni da parte dei Tutsi. Quando i Tutsi tentarono di rientrare in Rwanda, non trovarono certo tappeti rossi. Si organizzarono quindi nel Fronte Patriottico Ruandese (RPF) per rivendicare il diritto a tornare nel loro paese, arrivando così, inevitabilmente, a uno scontro armato.
Una guerriglia che si sarebbe poi trasformata in genocidio dopo il 1994 e, in particolare, dopo la morte, in un incidente aereo, dell’allora dittatore Juvénal Habyarimana. Gli Hutu accusarono i Tutsi, e in particolare il loro leader Paul Kagame, di essere i responsabili dell’attentato al presidente. Questo fu il detonatore di un massacro sistematico: il governo autorizzò i cittadini a sterminare i Tutsi con ogni mezzo, senza eccezioni, nemmeno per amici o parenti. Questa folle situazione durò tre mesi, causò la morte di circa 800-900mila persone – a seconda delle varie fonti – e si concluse con la vittoria dell’esercito dell’RPF, quindi dei Tutsi, che ripresero il controllo del paese.
Gli Hutu scapparono, molti proprio in Congo e così salì al potere Paul Kagame, che da allora governa e incarna il Rwanda. In questi decenni, Kagame ha trasformato il Rwanda in un modello di sviluppo elogiato come una delle storie di successo dell’Africa, tanto da guadagnarsi il soprannome di “Svizzera africana”. Il paese è politicamente stabile, ma Kagame è un dittatore spietato con i suoi oppositori e non perde occasione per ribadire di agire sempre per il bene della sua gente. Kagame, saldo al potere grazie a elezioni-farsa in cui sfiora il 99% dei voti, ha reso il Rwanda uno dei paesi più stabili del continente.
Di conseguenza, il Rwanda ha attirato aziende tecnologiche e investimenti infrastrutturali, come il Kigali Convention Center, sede di conferenze internazionali con leader da tutto il mondo. Il turismo è in crescita, e sempre più imprenditori guardano al Rwanda – un piccolo paese senza sbocchi sul mare, coperto da foreste e montagne, con 13 milioni di abitanti – come un hub strategico per il continente africano. Questa narrazione di un Rwanda in crescita contrasta con le denunce di organizzazioni come Human Rights Watch, che da anni segnalano la repressione contro i ruandesi ostili a Kagame.
Il Rwanda tra sport e organizzazioni paramilitari
Kagame e il Rwanda stanno puntando su quattro sport: calcio, golf, ciclismo e basket.A questi potrebbe presto aggiungersi la Formula 1. Partiamo da quello più in vista, ovvero il calcio. Il Rwanda ha una nazionale, gli Amavubi (“le vespe”), che giocano in verde e giallo ma non hanno mai brillato. Attualmente occupano il 140° posto del ranking FIFA. Ma a Kagame il calcio non interessa tanto in ottica di quello che succede sul campo, quanto per tutto quello che gli ruota attorno.
Sul fronte calcistico, il Rwanda ha ottenuto la possibilità di ospitare la Coppa d’Africa del 2016, anno in cui la nazionale ha raggiunto i quarti di finale. Poi però Kagame ha voluto spostare i suoi interessi sul calcio che conta, quello europeo e nello specifico quello inglese. In Premier League gioca anche la squadra preferita di Kagame, l’Arsenal. Nel 2017, Kagame – attraverso il Rwanda Development Board – ha siglato un contratto di sponsorizzazione con i Gunners: 40 milioni di dollari fino al 2021, poi rinnovato per circa 12 milioni a stagione. Da allora, sulla manica della maglietta dell’Arsenal, insieme ad Adidas e Fly Emirates, appare anche la scritta Visit Rwanda.
Accordi che poi Kagame è riuscito a firmare anche con altre squadre come Bayern Monaco e PSG, a cui dà rispettivamente 5 e 15 milioni di dollari all’anno. Ma dove prende tutti questi soldi il Rwanda per sponsorizzare tre club che solitamente vendono a peso d’oro il proprio brand? È una gran bella domanda, dato che il Rwanda occupa la posizione numero 26, secondo il Global Finance, tra i paesi più poveri del mondo. Il Rwanda è uno dei paesi più poveri del mondo, eppure investe milioni per costruire una narrazione che lo renda più appetibile a livello internazionale.
Di recente, questi accordi di sponsorizzazione sono finiti nel mirino delle critiche. La motivazione è il supporto che il Rwanda sta dando a un gruppo di ribelli paramilitari, noto come M23, che sta conquistando una parte del territorio della Repubblica Democratica del Congo, il Kivu, di cui ha già occupato la capitale, la città di Goma. L’M23 sostiene ufficialmente di difendere i Tutsi della zona da possibili attacchi degli Hutu, che – secondo il gruppo ribelle – si stanno riorganizzando per tentare di riprendere il potere in Rwanda.
Kagame non ha mai smentito né confermato il sostegno all’M23, ma prove fotografiche mostrano militari ruandesi infiltrati tra i ribelli, oltre a operazioni di addestramento condotte sul territorio ruandese. Ma il Kivu non è solo teatro di guerra: è un’enorme riserva di risorse minerarie e materie prime strategiche, un bottino su cui il Rwanda ha tutto l’interesse a mettere le mani.
La ministra degli Esteri della Repubblica Democratica del Congo, Thérèse Kayikwamba Wagner, ha chiesto ai club di interrompere gli accordi con il Rwanda, accusandolo di essere direttamente coinvolto in un conflitto che ha già causato migliaia di morti. Un messaggio analogo è stato diffuso anche dal capitano della nazionale della Repubblica congolese, Youssouf Mulumbu, che ha chiesto a questi club di fare qualcosa. Arsenal e PSG restano in silenzio, mentre il Bayern Monaco ha dichiarato di voler approfondire la situazione. Il Bayern con il Rwanda non ha solo un accordo commerciale, ma anche uno che prevede l’invio di suoi allenatori e la creazione di accademie finalizzate allo sviluppo del calcio del paese e in generale di quello africano.
Attraverso il calcio, Kagame manda un messaggio chiaro al mondo: “Guardate quanto è grande il Rwanda, venite a scoprirlo”. Un’operazione di immagine che lo proietta sulla scena internazionale. Nasce così l’immagine di un Rwanda moderno, progressista e sicuro. Una narrazione lontana dalla realtà. E il calcio è solo un’altra tessera del mosaico di interessi sportivi di Kagame.
Un vecchio spot che celebra il legame tra Arsenal e Rwanda
Ciclismo, basket, golf e Formula 1
Dal punto di vista sportivo, lo sport più sviluppato in Rwanda è il basket. Qui, nel 2022, si sono giocate le finali della Basketball Africa League, il principale campionato di basket africano. È una competizione unica: l’unica al di fuori degli Stati Uniti a essere ufficialmente affiliata alla NBA. Ci giocano 12 squadre di 12 paesi diversi e tra queste c’è anche l’APR (Armée Patriotique Rwandaise Basketball Club), una vera e propria squadra di stato, gestita e finanziata dalle forze armate ruandesi.
La Basketball Africa League è nata con un doppio scopo: favorire la diffusione del basket in Africa e al tempo stesso diventare una sorta di anticamera della NBA, dove far crescere giocatori che vengono da paesi meno sviluppati e che necessitano di un passaggio intermedio prima di arrivare negli Stati Uniti. Il Rwanda ha colto l’opportunità costruendo la BK Arena, un impianto da 10mila posti tra i più grandi d’Africa. Ospitando le Finals, ha rafforzato la propria posizione nell’élite dello sport africano e si è guadagnato la fiducia della NBA e degli Stati Uniti.
Un discorso analogo può essere fatto per il ciclismo: il Tour du Rwanda, corsa a tappe nata alla fine degli anni Ottanta, è stato riconosciuto dalla Federazione internazionale solo nel 2009. Da allora, la crescita è stata imponente: il Tour è trasmesso da emittenti europee come Canal+ ed Eurosport e attira ciclisti e squadre da tutto il mondo. Ma l’evento più atteso è il Mondiale di ciclismo su strada, in programma per settembre 2025: per la prima volta nella storia si correrà in Africa e non a caso sarà il Rwanda a ospitarlo. Tuttavia, la crisi nella RDC e le difficoltà logistiche e organizzative hanno messo la manifestazione seriamente a rischio.
Il Rwanda sta puntando anche su due discipline lontane dall’immaginario collettivo africano, ma tra le più ricche al mondo. La prima è il golf: nel 2016 è iniziata la costruzione del Kigali Golf Resort & Villas, un’imponente struttura con un campo da golf di lusso. Un progetto da oltre 16 milioni di dollari, interamente finanziato dallo Stato, per far entrare anche il golf tra gli asset strategici del paese. Più che sui grandi eventi, il Rwanda punta sul golf come leva per il turismo di lusso. Questo sport attrae élite occidentali ben precise e un campo da golf può diventare la porta d’accesso per investimenti che vanno oltre lo sport.
Lo stesso principio vale per la Formula 1. A dicembre 2024, il Rwanda ha ospitato la cerimonia di premiazione della FIA con un obiettivo ambizioso: riportare la Formula 1 in Africa dopo oltre 30 anni, organizzando un Gran Premio nel 2027. Mentre il conflitto nella Repubblica Democratica del Congo evolve, il Rwanda si impone come un attore sempre più rilevante nel panorama sportivo globale.
Storie come questa dimostrano il potere universale dello sport, un esperanto capace di portare un piccolo e povero paese come il Rwanda al tavolo delle grandi federazioni e degli eventi globali, anche mentre reprime oppositori politici o alimenta conflitti oltre confine. Solo con uno sguardo lucido possiamo cogliere il vero potere dello sport: il più grande strumento con cui uomini e Stati riscrivono la propria storia. Il Rwanda ne è l’ennesima dimostrazione.